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Sono un esiliato, un Cavaliere Errante. Vago per impervie pietraie, nelle terre che gli Orchi chiamano Lugburz. Lontano dalla mia Dea adorata, privato del sole del mio Amore, percorro le più tenebrose contrade, ormai avvezzo al sospiro degli spettri...

Il mio nome si compone di due parti: una ha la sua origine nell'universo del Dio Nascosto, l'altra in quello del Creatore Malvagio. E' un geroglifico di ciò che sono: un angelo di fuoco imprigionato in un corpo demoniaco.


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giovedì, 08 maggio 2008

Montfort est mort, est mort, est mort! Viva Tolosa!

NEMESI DI UN GENOCIDA

Dal 1209 l'avanzata del Conte di Leicester Simon de Montfort e dei suoi eserciti era stata inarrestabile, e aveva portato con sé solo sterminio e devastazione in Linguadoca. La conquista del territorio progrediva anno dopo anno attraverso quella che può ben essere chiamata Guerra dei Castelli. Moltissime fortezze sono state sottoposte ad assedio, finendo con l'essere espugnate. I loro nomi corrispondono a stragi inaudite e a roghi di massa: Agen, Albi, Birou, Bram, Cahusac, Cassés, Castres, Fanjeaux, Gaillac, Lavaur, Limoux, Lombez, Minerve, Mirepoix, Moissac, Montégut, Montferrand, Montréal, Pamiers, Penne, Puivert, Saint Antonin, Saint Marcel, Saverdun, Termes. Ovunque i Perfetti affrontarono serenamente le fiamme, testimoniando la loro vittoria sulle miserie del mondo materiale.

Dopo la terribile e sfortunata battaglia di Muret, nella quale trovò la morte l'eroico Pietro II di Aragona, la potenza di Montfort raggiunse il suo apogeo. Nel 1215 Tolosa fu invasa dalle truppe dei Francesi e la popolazione promise obbedienza al suo nuovo signore.

Occorre dire qualcosa sulle differenze tra il feudalesimo della Linguadoca e quello delle terre del Settentrione. Per le genti occitane, il vincolo tra una popolazione e il suo signore era una Convenenza, cioè un patto stipulato da ogni singolo individuo nei confronti del potere che serviva. La natura reciproca della lealtà che questo rapporto comportava era indicata con il termine Parage. Invece per i Francesi il patto feudale era tra la comunità nel suo insieme e il signore, che non aveva quindi nessun obbligo nei confronti dei singoli individui e poteva pertanto comportarsi come uno schiavista. La più sanguinaria e iniqua di tutte le Crociate, l'unica che oppose cristiani ad altri cristiani, mise in risalto le insanabili differenze tra la cultura settentrionale e quella meridionale. E' stato più volte notato come non potesse esserci alcuna comprensione tra gli Occitani e i Francesi.

Il tiranno Montfort non poteva assolutamente capire cosa
l'obbedienza volontaria dei Tolosani potesse significare. Sospettava dovunque tradimenti e complotti. Così non tenne in minimo conto l'umanità dei suoi sottoposti, e iniziò a umiliarli, a spogliarli, a deportare i notabili e ad ucciderli. Questo provocò la reazione delle genti di Tolosa. Di fronte alla rapace crudeltà del feudatario normanno non poteva esistere parola di un qualche valore. Ogni vincolo fu così automaticamente considerato decaduto ed ebbe inizio l'insurrezione. Raimondo VI, l'antico signore della città, venne richiamato, e i crociati iniziarono subito l'assedio.

Riporto a questo punto la splendida e toccante narrazione della carissima Krak, che ringrazio di cuore per questo suo contributo:

Nell'estate del 1217, facendo rientrare Raimondo VI il Vecchio dalla Spagna, il Dio dei Buoni Spiriti vegliò sulla regione di Tolosa. Il nobiluomo venne accolto calorosamente dal Conte di Comminges, con il quale aveva già combattuto contro Montfort e da altri signori, tra cui il giovane conte Ruggero Bernardo di Foix e Aimerico di Castelnau.
Qualche mese dopo, nel settembre dello stesso anno, indomito conte, alla testa del suo esercito avanzò verso Tolosa. I cavalli nitrirono l'eco del loro galoppo si propagò nella valle. A La Servetat l'avanguardia si scontrò con un gruppo di sostenitori dell'orrido Montfort. Nel giro di pochi minuti si scatenò una gran mischia. Nei prati s'ingaggiarono feroci corpo a corpo. Da entrambe le parti si fendè, si fecero a pezzi i nemici e li si sgozzò. Alla fine ebbero la meglio gli uomini di Raimondo. Marciando a tappe serrate proseguirono il loro cammino. Approfittando dell'assenza di Montfort l'esercito del conte di Tolosa entrò in città. La popolazione ebbra di felicità corse ad accoglierlo urlando - "Fuori dalle mura, soldatacci del signor Ipocrita! (Montfort). Fuori, la sua brutta razza e la sua brutta genia! Ormai Dio ci ama e il nostro conte esiliato torna da noi. Gloria a lui! Gloria ai suoi cavalieri! Gloria ai prodi di Tolosa!"-. E ognuno, impugnando bastoni, coltelli, lance e pietre, andò per le strade, a braccare i francesi, che stanati vennero fatti a brandelli. Era da così tanto tempo che i tolosani aspettavano il momento di scuotere il giogo dell'uomo che aveva rubato il titolo a Raimondo VI. Avvertito da un messo fece rientro in città Guido, figlio dell'infame conte. Immediatamente gli squadroni si disposero in ordine di battaglia, suonarono le trombe, brillarono le spade _ "Il Conte di Foix si batte come un lupo... Giavellotti, mazze d'arme, spade dal filo tagliente, pietre frecce appuntite e quadrelli di balestre piovono come mortali chicchi di grandine... molti soldati crociati cadono nella polvere, la schiena spaccata le membra a pezzi..."-. Al calar della sera la battaglia era conclusa il nobile e valoroso conte Raimondo aveva vinto. I difensori radiosi trascinarono i loro prigionieri per le strade e li impiccarono con corte corde agli alberi.

Così appellerà la loro sconfitta Guido di Montfort (fratello di Simone)-"... i Tolosani non hanno forse un giorno chiesto grazia, l'avete dimenticato? Se mio fratello avesse avuto una qualche vera nobiltà e avesse loro aperto le braccia invece di fare il tiranno sanguinario, non saremmo a questo punto..."-.
 
Dopo aver cavalcato giorno e notte il messaggero partito dalla città giunse nella valle della Drome dove si trovava l'infame Montfort. Egli venne a conoscenza dell'eroico arrivo di Raimondo. Appresa la notizia l'ignobile conte fece radunare l'esercito e marciò verso la Linguadoca. Rivoleva la città ad ogni costo. Cavalcò giorno e notte senza sosta. A Baziége incontrò il cardinale legato Bertrando, uomo assai crudele -" ...da quando l'ha ripresa il suo antico signore, Tolosa si crogiola nei peccati dell'inferno. Schiacciatela senza pietà e farete cosa gradita a Dio. Prendetela saccheggiatela... uccidete senza quartiere, nel più profondo delle chiese, degli ospedali, dei luoghi sacri, uccidete, messer conte...non vi è alcun innocente in questa città, potete senza scrupolo insanguinare le vostre armi"-. Queste parole criminali del legato scateneranno il massacro. Sopra i bastioni, gli arcieri, al riparo di strette feritoie, prepararono le freccie, in basso le donne spingevano pesanti carriole cariche di pietre, sulle mura fluttuavano al vento gli stendardi dorati della casa di Tolosa e quelli vermigli di Comminges. I due eserciti si trovarono l'uno di fronte all'altro, a malapena separati dalle lizze e dai fossati che circondavano la città. Montfort e i suoi furono accolti da una pioggia di proiettili scagliati con l'ausilio di potenti petriere. Dritto in piedi sui bastioni, il conte Bernardo di Comminges reclamò una balestra, venne preparata, consegnata, la caricò con un appuntito dardo d'acciaio, mirò lentamente al cavaliere nemico che comandava l'attacco, che altri non è che Guido di Montfort, scoccò la freccia che trapassò il petto del soldato da parte a parte, nonostante l'usbergo. "...eccovi il benvenuto nella mia contea..."-. "Dappertutto non vi sono che armature e scudi spezzati, cavalieri con smorfie di dolore, fianchi squarciati, braccia e mani spezzate, gambe recise dal corpo, petti trafitti, elmi tutti ammaccati, carni a pezzi, tritate, teste che si perdono gli occhi, rivoli di sangue che zampillano da piaghe vive... Il campo è rosso e bianco di crani spaccati..."- L'ignobile Montfort finalmente scoprì l'amaro sapore della sconfitta. Nella sua tenda schiumò di rabbia.Convocò immediatamente un consigio di guerra...Tra i suoi fedelissimi parlò Alano di Roucy -"...l'arroganza, la superbia, la sete di potere hanno mutato gli angeli in serpenti...il desiderio di vendetta, il disprezzo che avete per la gente, il vostro orrore per il perdono e gli oscuri demoni all'opera nella vostra anima...Pare che il nostro Divino Padre che governa il mondo detesti fortemente la vostra malvagia idea di distruggere Tolosa e massacrarne la popolazione. Il signor cardinal ci vuole convincere a essere duri, feroci spietati. Combattete ci dice, senza curarvi della morte, vi prometto in Cielo assoluta beatitudine! Mille grazie, monsignore, di trattarci come santi. Ci volete in gloria? Ne siamo commossi: Ma siete troppo buono... Davvero troppo: tutti sanno che i beni dei defunti vi finiranno in tasca. E allora che Dio mi perda... se rischierò nuovamente il mio sangue per questa città"-. Per il siniscalco Gervasio, attaccare Tolosa che trabocca di valorosi, con un esercito di sciancati come quello di Montfort che aveva appena perso 160 uomini e lamentava altrettanti feriti era pura follia. Propose di chiudere tutte le vie d'accesso alla città e di costruire una nuova fortificazione. Sin dal giorno dopo ci fu grande attività al campo degli assedianti. Dopo mesi di lavoro, verso la fine del 1217, venne alla luce la "Nuova Tolosa". Conclusa l'"opera" i baroni francesi fremevano per una nuova incursione. All'alba di un freddo mattino di febbraio del 1218 i cavalieri di Montfort si prepararono ad agire. I soldati di guardia alla città dettero l'allarme. Cavalieri e soldati balzarono dal letto, afferrarono le armi e si precipitarono in strada. Ovunque risuonavano le trombe, si brandirono alti gli standardi della casa di Tolosa, il cui esercito guidato dal valoroso Bernardo di Comminges, uscì dalle porte della città. Monfort accompagnato dal figlio spronò i suoi alla carica.-"... I francesi cercano di protteggersi dal diluvio di spade, cadono nei fossati sotto i colpi massacranti, o scappano in un fuggifuggi generale, abbandonando i morti...la mischia si scioglie. Non v'era arto nè corpo che non sanguini o soffra, o zoppichi, o gema. Gli uomini di Tolosa ritornarono ai loro bastioni cantando allegramente vittoria..."-. Montfort incredulo rientrò al Castello Narbonese. Trascorsero i mesi e a poco a poco finì l'inverno. Nell'aprile 1218 mentre gli assedianti tenevano un consiglio di guerra, gli assediati si piazzarono davanti al campo dei "crociati". Vedendoli smisero di discutere e si spaventarono, tutti presero le armi e indossarono la corazza. In pochi istanti il suolo si ricoprì di brandelli di carne, teste che rotolavano sanguinanti e budella sparse.-" Le folle nemiche con gran fragore si mescolano...numerosi cavalieri giacciono a Montoulieu, sul periglioso prato dove l'erba è più rossa di sangue nuovo..."-. Gli scontri durarono per tre o quattro settimane. Giunsero dei nuovi rinforzi tra le fila dei "crociati". L'ultimo assalto era imminente. I Tolosani tennero un consiglio plenario per organizzare la difesa. All'alba il mostruoso Montfort fece svegliare i baroni, che si equipaggiarono e si dispiegarono nei campi circostanti. Suonarono i corni. I difensori dietro i merli, osservarono i francesi, divisero le loro forze in due compagnie uguali una comandata dal conte di Comminges che doveva proteggere le mura e le lizze di difesa l'altra sotto gli ordini di Ruggero Bernardo di Foix uscì dalla città e si appostò sugli argini della Garonna. Ben presto s'ingaggiò battaglia. Gli eroici difensori resistettero, scompaginando le fila nemiche, che si dettero alla fuga. Nelle settimane successive seguirono consigli di guerra da entrambe le parti.

Poi la mattina del giorno di san Giovanni Battista, il crudele Montfort si vestì da capo a piedi e s'apprestò a dare l'assalto. -" Comincia il grande assalto. Quando l'astro del giorno si leva al di sopra delle lontane montagne, si legge l'angoscia sui volti degli abitanti di Tolosa. Durante la notte, di ritorno dall'Aragona, era entrato con discrezione nella città, il giovane conte Raimondo VII. Una gioia immensa invase i tolosani vedendo in lui colui che abbatterà la belva feroce. Subito ingaggiò battaglia sulla sponda sinistra della Garonna incalzò, malmenò gettò in acqua molti francesi...alla fine i "crociati" malconci si ritirano per l'ennesima volta. Montfort riunì di nuovo i suoi baroni. L'indomani mattina all'alba risuonarono le trombe e le chiarine i suoi soldati spinsero la gatta col suo trabocco sotto le mura della città. Prontamente i difensori partirono al contrattacco bombardando la macchina da guerra. Un primo proiettile, fendè l'aria e si abbattè sul tetto di legno devastandolo. Il malefico conte diede l'ordine di ritirata ma era troppo tardi una seconda palla la distrusse completamente. Nel campo dei tolosani, Roberto di Salventine tirò le somme della giornata"... i pedoni sono stati sistemati sulla scacchiera e dobbiamo dare scaccomatto... sapremo presto chi regnerà domani sul trono tolosano... avanti compagni è la nostra ultima battaglia... e quando domani qualcuno dirà Tolosa, si odrà Onore..."-. Alla nuova alba gli assediati sono i primi ad alzarsi e adattivarsi. I balestrieri e gli arcieri corrono ai fossati e alle lizze. E' la battaglia finale.... I difensori escono da dietro le mura repentinamente le loro mazze, le loro lance e le spade vibrarono sull'elmo dei cattolici. -"... tenete ferme le armi...colpite ai garretti...morte al potere diabolico". La zuffa è generale, i baroni francesi uscirono dai loro ripari, precipitandosi a cavallo nella mischia. Mani, teste, braccia cadono nella polvere arrossata dal sangue vermiglio degli agonizzanti. Monfort si trovava al castello Narborese, uno scudiero andò a cercarlo"... la devozione vi rovina... piombate nel disastro: i tolosani massacrano i vostri baroni. Se dura questa carneficina per voi è la fine..."-. L'orrido conte impallidì. Arrivarono alcune centinaia di soldati ne prese la testa suonarono i corni e le trombe. Un arciere, appostato su un parapetto, scorse Guido di Montfort, tese l'arco e lo colpì al fianco sinistro. Il dardo trafisse la veste, conficcandosi nella carne, il sangue gli sgorgava copioso colandogli sulle braghe. Agonizzante si diresse verso il fratello. Nel frattempo alcune eroiche donne di Tolosa, che manovravano una petriera sul cammino di ronda, videro Montfort e tirarono in quella direzione - "La petra cadde direttamente dove occorreva; essa colpì il conte sull'elmo d'acciaio così forte che gli spezzò gli occhi, il cervello, i denti di sopra, la fronte e le mascelle; il conte cadde a terra molto insanguinato e livido"-.

Il mostro era morto... il Dio dei Buoni Spiriti aveva vegliato su Tolosa. Mi inchino con profondo rispetto agli eroici difensori di Tolosa e della Fede Catara. Saluti Krak

La morte di Simon de Montfort segnò la disorganizzazione dei crociati. Il comando della guerra passò a suo figlio Amaury, che non aveva il suo fanatismo e la sua determinazione. La Chiesa Catara a Tolosa mantenne la sua struttura ben salda, al punto che ancora nel 1226 il Vescovo Bernard de Lamothe riunì nel Concilio di Pieusse un centinaio di Perfetti ed istituì la diocesi di Razès.

Si può vedere da tutti questi eventi che il Catarismo non ha mai predicato l'accettazione passiva degli eventi, la rassegnazione e l'inattività, come molti detrattori ancora credono.

 I Buoni Uomini non incitavano mai alla violenza e alla guerra, ma al contempo è sempre stato dovere dei Credenti difendere la Chiesa di Dio dall'assalto delle forze del mondo, anche impugnando le armi e combattendo. In questo compito, molte vite sono brillate di una gloria che non conoscerà tramonto.

postato da: antares666 alle ore 22:38 | link | commenti
categorie: storia, genocidio, catarismo
mercoledì, 30 aprile 2008

Bema, CCXXIIII

UN SALMO MANICHEO E UN CONFRONTO SINTETICO TRA MANICHEISMO E CATARISMO

Adoriamo lo Spirito del Paracleto.
Benediciamo il nostro Signore Gesù che ci hi inviato lo Spirito di Verità.
Egli è venuto e ci ha separato dall'Errore del mondo,
egli ci ha portato uno specchio, noi vi abbiamo guardato e abbiamo scorto in esso l'Universo.

Quando lo Spirito Santo ci ha rivelato la Via della Verità,  
ci ha insegnato che ci sono due Nature, quella della Luce e quella delle Tenebre,
separate l'una dall'altra dall'Inizio.

Il Regno della Luce, da una parte, consiste di cinque Grandezze,
ed esse sono il Padre e il suoi dodici Eoni, e gli Eoni degli Eoni,
l'Aria Vivente, la Terra della Luce; il Grande Spirito che respira in essi,
nutrendoli con la sua luce.

Ma il Regno della Tenebra consiste di cinque magazzini,
che sono il Fumo e il Fuoco e il Vento e l'Acqua e l'Oscurità;
il loro Consiglio che striscia in loro,
muovendoli ed incitandoli a far guerra gli uni contro gli altri.

Ora, come essi stavano guerreggiando gli uni contro gli altri,
essi osarono fare un tentativo sulla Terra della Luce,
pensando che sarebbero stati capaci di conquistarla. 
Ma essi non sapevano che ciò che avevano pensato di fare sarebbe ricaduto sulle loro teste.
 
M
a c'era una moltitudine di angeli nella Terra della Luce, che avevano i poteri necessari per farsi avanti
a soggiogare il nemico del Padre, al quale piacque che tramite la sua Parola,
che avrebbe mandato, dovesse soggiogare i ribelli che desideravano esaltare se stessi
al di sopra di ciò che era più esaltato di loro. 

Come a un pastore che vede un leone giungere a distruggere il suo ovile,
egli usa l'astuzia e prende l'agnello e lo colloca come un'esca che lo possa catturare:  
così con un solo agnello egli salva il suo ovile. 
Dopo di ciò egli risana l'agnello che è stato ferito dal leone:

Proprio questa è la via del Padre, che inviò il suo figlio forte; 
ed egli produsse da se stesso la sua Vergine dotandola di cinque poteri,
affinché ella potesse combattere contro i cinque Abissi della Tenebra.

Quando l'osservatore stava sui confini della Luce, egli mostrà a loro la sua vergine
che è la sua anima; essi si agitarono nel loro abisso, desiderando esaltarsi sopra di lei,
e spalancarono le loro fauci per inghiottirla.

Egli mantenne saldo il potere di lei, egli la sparse sopra di loro, come una rete sui pesci,
egli la fece piovere sopra di loro come nuvole di acqua purificata, ella fece irruzione tra di loro
come una folgore perforante. Ella strisciò nelle loro parti interne, ella li legò tutti,
ed essi non se ne accorsero.

Quando il Primo Uomo ebbe finito la sua guerra, il Padre inviò il suo secondo figlio. 
Egli venne ad aiutare il suo fratello fuori dall'Abisso; egli stabilì questo intero mondo fuori dalla mistura che ebbe luogo tra Luce e Tenebra. 

Egli diffuse tutti i poteri dell'Abisso su dieci cieli e otto terre,
egli li rinchiuse dentro questo mondo in una volta, egli lo rese una prigione per tutti i poteri delle Tenebre, 
e al contempo un luogo di purificazione per l'Anima che era stata inghiottita in essi.

Egli fondò il sole e la luna, egli lì collocò in alto, per purificare l'Anima.  
Ogni giorno essi prelevano la parte raffinata dell'Altezza, ma tuttavia raschiano la feccia. . .  
(ad essa) mescolata, essi la trasportano in alto e in basso.

Questo intero mondo sussiste solido per una stagione, essendovi una grande costruzione
che viene costruita al di fuori di questo mondo. Così, non appena il costruttore finisce, l'intero mondo si dissolve e mette sul fuoco ciò che il fuoco può sciogliere.

Tutta la vita, dovunque sia la reliquia della Luce, egli raccoglierà per se stesso facendone un dipinto
e un'immagine. E anche il Consiglio della Morte e tutta la Tenebra, egli raccoglierà insieme e ne farà una sembianza di se stesso, di ciò e del Condottiero.

In un attimo lo Spirito Vivente verrà. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . egli soccorrerà la Luce. Ma egli rinchiuderà il Consiglio della Morte e della Tenebra  nella dimora che è stata stabilita per lui, in modo che vi sia incatenato in eterno. 

Non esiste altro mezzo per incatanare il Nemico oltre a questo mezzo; perché egli non sarà ricevuto 
nella Luce in quanto è straniero ad essa: e neppure può essere ancora lasciato nella sua terra di Tenebra, in modo che non possa condurre una nuova guerra più grande della prima.

Un nuovo Eone sarà costruito al posto del mondo che si dissolverà, che potrà regnare nei poteri della Luce, perché essi hanno rappresentato e realizzato la volontà dell'intero Padre, essi hanno soggiogato l'Odiato, essi anno. . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . sopra di lui per sempre.

Questa è la Conoscenza di Mani, adoriamolo e benediciamolo.
Benedetto è ogni uomo che avrà fede il lui, perché egli è colui che vivrà con tutti i Giusti.
Gloria e vittoria al nostro Signore Mani, lo Spirito di Verità, che proviene dal Padre,
che ha rivelato a noi l'Inizio, il Mezzo e la Fine.
Vittoria all'anima della benedetta Maria, Theona, Pshaijmnoute.

Salmo CCXXIIII della Festa di Bema, testo manicheo

Il ruolo della Festa di Bema era centrale nel Manicheismo. Si trattava dell'anniversario della morte di Mani. Sappiamo molto poco su come si svolgesse e quali riti comportasse, ma disponiamo di un certo numero di salmi che venivano cantati in quell'occasione. Quando fermenti protocatari cominciarono ad apparire in Occidente, la Chiesa di Roma cercò di identificare la religione che stava emergendo con il Manicheismo quale era stato descritto da Agostino di Ippona. Come conseguenza, coloro che interrogavano i primi Catari facevano costante riferimento alla festa di Mani, cercando in tutti i modi, anche con la tortura, di strappare una qualche confessione a questo proposito. Ma l'apparato liturgico e scritturale dei Buoni Uomini era di origine evangelica, non manichea, e il Bema era sconosciuto.

Eppure, nonostante un nesso diretto tra Manicheismo e Catarismo non possa essere provato con facilità e sia anzi rifiutato da molti autori, negli Inni del Bema esistono suggestioni e modi di dire che si ritrovano nella predicazione di Peire Autier. L'idea di un'invasione dei Cieli ad opera del Dio del Male o di un suo angelo ripercorre l'intera storia della Fede dei Buoni Uomini, sia dei Dualisti Assoluti che dei Dualisti Mitigati. Non trova invece nessuna corrispondenza all'interno dello Gnosticismo. Lo Gnosticismo è una forma di Dualismo Mitigato, ma non contempla l'idea di un Demiurgo in grado di occupare e di contaminare il Pleroma. Persino Marcione, un dualista radicale in quanto ad odio verso l'opera del Dio Malvagio, non si pose realmente mai il problema teologico della cosmogonia. Alcuni dei suoi successori anzi optarono per l'idea gnostica della semplice creaturalità del Demiurgo, originatosi da un difetto del Mondo di Luce.

L'idea di un principio maligno coevo alla Luce ed eternamente in lotta contro il Dio Buono è in ogni caso un'idea di chiara origine manichea, nata dai tardi sviluppi del Mazdeismo, ed ebbe modo di diffondersi grandemente nei territori dell'Impero Romano già nel tardo III secolo. Alla luce di tutto ciò, non è in alcun modo possibile condividere le teorie di coloro che reputano il Dualismo Cataro come un prodotto autogeno dell'Europa basato unicamente su un'interpretazione particolare dei Vangeli. Ulteriori discussioni su questi argomenti saranno presentate in seguito con maggior dettaglio, in modo tale che non possano sussistere dubbi.

E' altresì vero che in diversi punti sussistono alcune interessanti differenze tra le dottrine in questione: mentre il Manicheismo attribuisce un ruolo positivo al sole, alla luna e alle stelle, il Catarismo reputa ogni astro creazione di Satana al pari della Terra. I Cieli del Vero Dio sono immateriali e incorruttibili, ben distinti dai cieli transeunti e mutevoli che gli umani possono contemplare. Queste divergenze sono però relative a dettagli, mentre è il nucleo ontologico quello che è trasmigrato da Mani verso la Bulgaria e quindi verso l'Europa. Infatti si può capire come nel corso dei secoli siano avvenute ripetute sintesi di elementi eterogenei, e come in questo complicato processo ci siano state sia perdite di elementi più antichi che formulazioni del tutto nuove.

postato da: antares666 alle ore 21:32 | link | commenti (3)
categorie: documenti, manicheismo, dualismo, catarismo
martedì, 22 aprile 2008

Innumerevoli sono le iniquità di Geova

IL DIO MALVAGIO HA COMMESSO FORNICAZIONE

Questo Signore e creatore ha infatti ordinato nel Deuteronomio: "Se un uomo è giaciuto con la moglie di un altro, muoiano entrambi, l'adultero e l'adultera; e tu estirperai il male da Israele" (Dt, 22, 22). E ancora: "Un uomo non prenderà la moglie di suo padre né solleverà la sua coperta" (Dt, 22, 30). Nel Levitico lo stesso Signore dice: "Non scoprirai la vergogna di tuo padre" (Lv, 18,8). E ancora: "Se un uomo si è giaciuto con la propria matrigna e ha scoperto la vergogna di suo padre, siano messi a morte entrambi" (Lv, 20, 11).

Ora, è evidente che, in violazione del summenzionato precetto, questo Signore e creatore ha fatto commettere adulterio temporalmente in questo mondo, in maniera visibile e carnale, secondo la credenza e l'interpretazione dei nostri avversari, come si trova espresso con la massima chiarezza, in base alla loro convinzione, nel secondo Libro dei Re.

Dice infatti lo stesso Signore e creatore a Davide per bocca del profeta Natan: «Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, per fare il male al mio cospetto? Hai colpito con la spada Uria l'Hittita e hai preso come moglie sua moglie; lo hai ucciso con la spada dei figli di Ammone. Per questo motivo la spada non si allontanerà dalla tua casa in eterno, dato che mi hai disprezzato e hai preso la moglie di Uria l'Hittita per farne tua moglie. Così dice il Signore: "Ecco, io susciterò su di te un male proveniente dalla tua casa; e tprenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi, e le darò al tuo vicino, ed egli si giacerà con le tue mogli sotto gli occhi di questo sole; perché tu hai agito di nascosto, io invece compirò questa parola al cospetto di tutto Israele"» (2 Sam, 12, 9-12).

Perciò, secondo la fede dei nostri avversari, questo Signore e creatore o è stato un mentitore o, senza alcun dubbio, ha commesso adulterio nel tempo, come si vede chiaramente che ha fatto, in base alla loro interpretazione, nel secondo libro dei Re: «E Architofel dice ad Assalonne: "Va' dalle concubine di tuo padre, quelle alle quali ha lasciato la custodia della casa, affinché quando tutto Israele avrà sentito che hai disonorato tuo padre si rafforzino le mani di coloro che sono con te". Allora tesero la tenda di Assalonne sul terrazzo ed egli entrò dalle concubine di suo padre davanti a tutto Israele» (2 Sam, 16, 21-22). Così, secondo l'interpretazione dei nostri avversari, questo Signore e creatore ha compiuto temporalmente e visibilmente in questo modo l'opera di adulterio che aveva annunciato, per di più in violazione del precetto che che egli stesso aveva formulato, come abbiamo mostrato in precedenza: "Se un uomo è giaciuto con la moglie di un altro" (Dt, 22,22) ecc.

Nessuna persona saggia potrebbe quindi ritenere che sia stato il vero creatore a dare, temporalmente, le mogli di un uomo a suo figlio o a qualche altro uomo perché commettesse fornicazione, come - secondo la fede degli ignoranti - si crede abbia fatto colui che ha creato le realtà visibili di questo mondo, così come si è chiaramente mostrato in precedenza.

Giacché bisogna ricordare che il Signore Dio nostro, vero creatore, non ha mai ordinato di commettere temporalmente, in questo mondo, adulterio o fornicazione. Dice infatti l'Apostolo nella prima Lettera ai Corinzi: "Non ingannatevi, perché né i fornicatori né gli adulteri possederanno il regno di Dio" (Cor, 8, 9-10). E agli Efesini lo stesso Apostolo dice: "Infatti sappiate bene che nessun fornicatore o impuro ha diritto di eredità nel regno di Cristo e di Dio" (Ef, 5,5). E ai Tessalonicesi egli stesso dice: "Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla fornicazione" (1 Ts, 4, 3).

Il nostro vero Creatore non ha dunque preso temporalmente, in questo mondo, le mogli di Davide, né le ha date al suo vicino perché commettesse adulterio con loro al cospetto di tutto Israele e alla luce del sole, come si legge nel testo citato prima. Esiste infatti senza alcun dubbio un Creatore malvagio che è origine e causa di ogni fornicazione e adulterio di questo mondo: lo abbiamo già mostrato in precedenza e, con l'aiuto di Dio, lo mostreremo ancor meglio più avanti. 
 
Dal LIBRO DEI DUE PRINCÌPI, testo cataro 

postato da: antares666 alle ore 17:56 | link | commenti
categorie: documenti, catarismo
giovedì, 10 aprile 2008

La nullità di ciò che è transeunte

I SEGNI UNIVERSALI DEL MALE

Ora bisogna esporre il problema di quei segni universali - dei quali ho parlato in precedenza - che designano le cose malvagie, vane, transitorie, da rifiutare, ecc.

Dice infatti l'Ecclesiaste: "Vanità delle vanità e tutto è vanità" (Qo, 1, 2). E ancora: "Ho visto tutto ciò che accade sotto il sole, ed ecco tutto è vanità e afflizione dello spirito" (Qo, 1, 4). E ancora: "Ogni cosa ha il suo tempo, e nel momento prescritto tutto passa sotto il sole: tempo di nascere e tempo di morire" (Qo, 3, 1-2). E ancora: "Tutte le cose sono soggette alla vanità e tutte tendono verso un solo luogo; sono fatte di terra e alla terra ritorneranno" (Qo, 3, 19-20). E ancora: "Mi sono disgustato della mia vita vedendo che tutte le cose sotto il sole sono malvagie e che tutto è vanità e afflizione dello spirito" (Qo, 2, 17).

Anche l'Apostolo dice ai Colossesi: "Se siete morti con Cristo agli elementi di questo mondo, perché decretate ancora come se viveste in questo mondo: non toccate, non gustate, non maneggiate tutto ciò che è destinato a consumarsi con l'uso?" (Col, 2, 20-22). E ai Filippesi lo stesso Apostolo dice: "Se qualcun altro pensa di confidare nella carne, potrei farlo più di lui io, circonciso l'ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei, quanto a legge Fariseo; quanto a zelo persecutore della Chiesa di Dio; quanto alla giustizia che si può raggiungere con la legge, di condotta irreprensibile. Ma le cose che per me erano dei guadagni, queste stesse cose le ho considerate perdite a causa di Cristo. Anzi, considero tutte le cose come perdite in confronto alla sovraeminente conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore, per il quale ho perduto tutte le cose e le reputo lordura, per poter guadagnare Cristo" (Fil, 3, 4-8).

E nel Vangelo del beato Matteo Cristo dice allo scriba: "Se vuoi essere perfetto, va' e vendi tutto ciò che hai" (Mt, 19, 21), cioè abbandona tutto ciò che possiedi carnalmente secondo la legge. E il testo continua: "Allora, in risposta, Pietro gli disse: "Ecco, noi abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa dunque avremo?" (Mt, 19, 27). Cui Cristo rispose: "Voi che avete abbandonato tutto e mi avete seguito" ecc. Anche l'Apostolo dice ai Colossesi: "Ora, però, deponete anche voi tutto: collera, detrazione, sdegno, malizia, bestemmia" (Col, 3, 8) ecc.

E il beato Giovanni dice nella sua prima Lettera: "Non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo. Se qualcuno ama il mondo, in lui non è la carità del Padre, perché tutto ciò che è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita, che non proviene dal Padre ma dal mondo" (1 Gv, 2, 15-16) ecc.

Sicché bisogna rendersi chiaramente conto che queti segni universali riferiti alle cose malvagie, vane e transitorie non sono della stessa specie degli altri segni universali prima menzionati, che designano le cose buone, pure, grandemente desiderabili e permanenti in eterno. Soprattutto per il fatto che non hanno nulla in comune, non possono in alcun modo coesistere entro una stessa forma di universalità - dato che si distruggono e si combattono a vicenda - né possono provenire da una causa unica.
 
Dal LIBRO DEI DUE PRINCÌPI, testo cataro 

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categorie: documenti, catarismo
martedì, 08 aprile 2008

Il senso della Via

PERFEZIONE CATARA E ASCETISMO CRISTIANO: DUE COSE DIVERSE

La vita dei Buoni Uomini è spesso stata descritta usando le parole ascetismo o ascesi, la seconda ricorrendo anche in fonti medievali. La principale motivazione di questo è il contrasto tra la condotta puramente evangelica e integerrima della Chiesa Catara e la corruzione dilagante della Chiesa Romana. Anche l'assenza di un termine più adatto può aver contribuito, unitamente alla scarsa diffusione di una conoscenza accurata delle dottrine dualiste. Si può dimostrare tuttavia che al di là delle analogie formali tra il concetto di perfezione morale nelle due religioni, le motivazioni di base sono totalmente dissimili. 

Un asceta è un uomo che fugge dalla vita mondana in seguito a una vocazione e rifiuta i piaceri terreni, in quanto hanno il potere di distrarlo dalla sua ricerca spirituale. L'etimologia della parola deriva da un termine greco che indica il concetto di "esercitarsi". Secondo la classificazione proposta da Max Weber, gli asceti si dividono in intramondani ed extramondani. Gli stessi concetti sono delineati da Talcott Parsons, che parla però di ascetismo terreno e ascetismo ultraterreno. L'ascetismo terreno è tipico di coloro che pur conducendo una vita di rinunce e di contemplazione, non vivono al di fuori del mondo. L'ascetismo ultraterreno è invece quello degli eremiti e dei monaci, che abbandonano il consorzio umano per abitare in luoghi deserti o rinchiudersi in un monastero.

Il Catarismo condanna sicuramente l'ascetismo ultraterreno. Nessun Perfetto ritiene lecito abbandonare il mondo per ritirarsi in una tebaide o rinchiudersi in una cella. Questo perché è suo dovere lavorare per vivere, predicare il Verbo e mantenere viva la Fede nella comunità dei Credenti. Nel XIX secolo, quando la conoscenza del Catarismo era molto scarsa e superficiale, molti studiosi credevano che i Buoni Uomini fossero simili agli eremiti e ai monaci contemplativi. Si può smentire questa idea. Nell'epoca della Persecuzione, era normale che un Perfetto dovesse viaggiare di notte per luoghi desolati e nascondersi anche per mesi tra le montagne, ma questa era una costrizione dovuta alla necessità di non essere catturato e bruciato sul rogo. Appena si prospettava la possibilità, i fuggiaschi ritornavano dai Credenti, ad esempio per impartire il Consolamentum a qualche moribondo, per insegnare la Dottrina o per aiutare qualche famiglia in difficoltà. Il cataro Bartolomeo Bergi di Pesinetto, che fu catturato a Chieri nel 1413 e condannato al rogo, era sceso dalla valle di Lanzo per raggiungere la comunità o per scoprire c'erano superstiti. Se fosse stato un eremita non si sarebbe esposto.

La vita dei Buoni Uomini è simile a un rigido ascetismo terreno sotto molti aspetti esteriori, ma anche qui si presentano aspetti difficili da capire per un moderno. Vige non solo la castità assoluta, ma persino il divieto di qualsiasi contatto anche casuale con la pelle di una persona dell'altro sesso. Questo non perché la sessualità sia una distrazione mondana che turba una vita di spiritualità, ma perché è necessario a chi ha ricevuto il Consolamentum rinunciare a qualsiasi cosa anche lontanamente abbia a che fare con il coito. Essendo il connubio tra i sessi opera del Creatore Malvagio e origine di tutti i mali universali, i Buoni Uomini devono con le loro vite dimostrare la fiera opposizione a ciò che ha provocato la Caduta delle anime dai loro cieli di origine.

Anche la dieta è un elemento importante. Se un Perfetto viola le prescrizioni, perde il Consolamentum e deve riceverlo di nuovo - cosa che come vedremo comporta gravissimi problemi. L'asceta che cade in tentazione non vede la cosa in modo così tragico, non percepisce la sua caduta come irrimediabile. Ai Perfetti non è imposta necessariamente una dieta austera. E' sufficiente l'astensione da carne, uova, latte e derivati, oltre all'osservanza dei giorni di digiuno. La mancata osservanza di un digiuno può essere espiata, mentre il contatto anche casuale con una bistecca porta alla perdita del Sacramento.

Riporto a questo proposito un aneddoto singolare per facilitare la comprensione dell'argomento. Tempo fa mi capitò di vedere una scena di un film con un giovane Adriano Celentano che interpretava la parte di un frate, se ben ricordo un francescano. A lui e a un suo confratello era stato regalato del caviale. Un fedele particolarmente bigotto notava la cosa e si scandalizzava. Chiedeva: "Ma questo è caviale? Ma stiamo scherzando?". Il frate Celentano cercava comicamente di minimizzare la cosa dicendo: "Caviale? Ihhh! Cavialetto. Che poi, neanche lo mangiamo". In quest'ottica cattolica, il caviale è un lusso insopportabile, un segno di mondanità. Nulla da eccepire invece se un Buon Uomo mangia caviale, aragosta, ostriche, filetto di storione cucinato con le spezie più rare, e se beve champagne. Se può permetterselo con il suo lavoro o se gli viene recato in dono, non commette un grave peccato. Se mangia il doppio deve solo pregare il doppio. Peire Autier era un ottimo cuoco, e chi mangiava il pesce da lui cucinato se lo ricordava anche ad anni di distanza. Pochi sanno che un episodio simile a quello occorso a Celentano capitò a Francesco di Assisi in un contesto diverso: quando si trovava ad Alessandria, in terra catara, fu additato come peccatore per aver accettato in dono un cappone. La cosa risultò così imbarazzante che fu inventato il miracolo della trasformazione del succulento gallinaceo in un pesce.

Anche la pratica dell'Endura non ha nulla in comune con l'ascetismo cristiano. Ebbe la massima diffusione nell'epoca del tardo Catarismo, quando ricevere il Consolamentum era molto difficile e l'unico modo sicuro per potersi salvare una volta riusciti ad averlo era digiunare fino alla morte assumendo solo acqua. Evitando il sostentamento, era ragionevole la certezza di poter mantenere i benefici spirituali del Sacramento. Purtroppo noto che ancora oggi questa costumanza non viene capita, e  non di rado mi imbatto in interpretazioni fuorvianti.

L'essenza di tutto si riduce a questo: l'asceta cerca di raggiungere il Paradiso che non ha mai conosciuto, il Cataro invece cerca di ritornarvi dopo un lungo esilio.

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categorie: catarismo
domenica, 06 aprile 2008

Il contagio del coito

Quando aliquis cognoscebat carnaliter mulierem, fetor illius peccati ascendebat usque ad capam celi, et dictus fetor se extendebat per totum mundum

Quando un uomo conosce carnalmente una donna, il fetore del peccato sale fino alla volta del cielo e si spande per tutto il mondo.
 
Proverbio cataro

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categorie: catarismo
domenica, 16 marzo 2008

Una luce imperitura nell'inferno del mondo

I GLORIOSI MARTIRI DI MONTSÉGUR

Montségur è un piccolo paese dell'Ariège famoso in tutto il mondo per il suo castello, sito a 1207 metri sul livello del mare. Il suo nome deriva dal latino Mons Securus, ossia Monte Sicuro, e deve la sua ragione al fatto di descrivere un sito difficilmente accessibile: si trova proprio sulla cima di un'altura rocciosa (pog in lingua occitana). Fu il teatro dell'estrema resistenza dei Catari in quell'impervia regione dei Pirenei, il simbolo stesso della fulgida e irriducibile lotta di una Fede pura condannata dai poteri maligni delle nazioni.

I castelli pirenaici furono progettati come luoghi di guardia, ed erano formati da singole torri edificate su dirupi inespugnabili. Erano adatti all'invio di segnali luminosi, che potevano essere scorti anche a grande distanza. Il questo modo nacque Montségur, senza alcun particolare di rilievo rispetta a molte altre fortezze della regione. In un secondo tempo, intorno alla torre sorsero le mura, atte ad offrire rifugio a guerrieri e alla popolazione civile. Fu così che questa torre originaria fu chiamata mastio (maschio), mentre venivano aggiunte sempre nuove strutture abitative e di stoccaggio di generi alimentari.

 

Non si deve dar credito alle voci che vogliono il castello di Montségur come luogo di un improbabile culto del Sole ereditato da un remoto passato celtico. Il Catarismo riteneva la luce del sole come un elemento temporale al pari di ogni altra componente dell'universo materiale, quindi opera di Satana. Qualcuno ha ipotizzato la sopravvivenza nella zona di comunità pre-catare, parlando di residui di Druidismo o addirittura di Manichei sopravvissuti dall'epoca imperiale. ma non si hanno testimonianze attendibili a questo proposito, cosicché queste voci vanno relegate al rango di mere illazioni. Montségur divenne un estremo avamposto del Catarismo nel terzo e nel quarto decennio del XIII secolo, quando molti Buoni uomini in fuga dall'Inquisizione vi furono accolti assieme a cavalieri erranti e a feudatari i cui beni erano stati espropriati dalla Chiesa di Roma per le loro simpatie eterodosse.

La situazione precipitò nel 1242, quando il 28 maggio ad Avignonet due inquisitori furono assaliti di notte e massacrati a colpi di scure con il loro seguito. Da quello che fu accertato, gli incursori che avevano ucciso i frati oppressori provenivano proprio da Montségur. Questa temeraria impresa ebbe un grandissimo impatto, e diede speranza al popolo occitano di liberarsi dal giogo straniero. Sorsero focolai di ribellione spontanea, ma la repressione fu durissima. A causa delle complicità del potere dei feudatari, il Conte di Tolosa Raimondo VII fu umiliato e scomunicato. Sotto la minaccia di una nuova e devastante crociata, i nobiluomini dovettero chinare il capo al potere del Re di Francia. Il destino di Montségur era segnato.

Riporto a questo punto un dettagliato resoconto del funesto assedio alla roccaforte dei Perfetti, preparato con grande cura dalla carissima Krak, che ringrazio di cuore:

- Nel maggio 1243, appena 15 giorni dopo la chiusura del concilio di Béziers, che decretò la definitiva e orrenda condanna a morte per il popolo Cataro, Ugo di Arcis, siniscalco di Carcassonne, condusse alcune centinaia di cavalieri francesi nella valle dell'Ariège, ai piedi della rocca di Montségur. Il castello, edificato in una posizione inacessibile, appariva conquistabile solo con un lungo assedio, lo si poteva prendere solo nel modo più orrendo ovvero per fame e per sete. L'abbietto siniscalco non aveva fatto i conti con l'astuzia e l'eroismo del popolo Cataro. La difesa della fortezza era affidata ad una guarnigione composta da un centinaio di uomini, tutti di fede Catara, tra cui alcuni cavalieri con i loro scudieri, sergenti e soldati, comandati dal signore del luogo, Raimondo di Perella, al quale era alleato un altro signore, Pietro Ruggero di Mirepoix. A queste forze regolari si aggiungevano circa 200 perfetti pronti a morire per la loro fede. Erano inoltre presenti il vescovo tolosano Bertrando Marty, quello del Razès, Raimondo Aguilher, e alcuni diaconi. Montségur era costituita principalmente da un maschio il cui pianterreno comprendeva una sala di circa cinquanta metri quadrati,contiguo ad una vasta cinta muraria di più di 500 metri quadri, in cui si trovavano i magazzini, le scuderie, le sali d'armi e le camere dei difensori.

L'estate del 1243 fu eccezionalmente calda e trascorse senza combattimenti, i difensori se ne stavano al fresco dietro le grandi mura mentre i "crociati" vagavano attorno alla fortezza in cerca di un po' d'ombra. In questi mesi le fila dell'esercito assediante aumentarono fino ad arrivare ad un numero esorbitante, si parlò di 10 mila effettivi. Ciò divenne un problema per gli approvvigionamenti, razziati costantemente nei villaggi vicini. Si diffuse il malcontento tra la popolazione, costretta ad alimentare suo malgrado un esercito invasore per cui non nutriva nessuna simpatia.

Quando iniziò a fare meno caldo, nel mese di settembre, vi furono brevi combattimenti all'esterno delle mura della fortezza.L'inverno si stava avvicinando e divennero sempre più frequenti le diserzioni nelle truppe francesi.

In ottobre Ugo di Arcis impiegò un distaccamento di mercenari baschi, uomini abituati agli scoscesi sentieri di montagna. Riuscirono a salire fino alla rocca, sulla stretta piattaforma sulla cresta orientale, poche decine di metri sotto il castello. Durante un combattimento persero la vita eroicamente il sergente Cataro Guiraud Claret e un cavaliere.

In novembre l'esercito francese ricevette nuovi rinforzi dal vescovo di Albi, Durando. Sotto la sua guida, sulla piattaforma fu costruito un potente marchingegno per lanciare pietre. Cominciò così un feroce bombardamento sulla palizzata di legno che proteggeva gli accessi al castello. Verso Natale i francesi riuscirono a raggiungere la torre orientale, attraverso uno stretto passaggio tra le rocce, suggerito da un infame abitante delle campagne circostanti. In gennaio alcuni seguaci dei Catari che vivevano in pianura inviarono loro un artigliere, Bertrand de la Vacalerie. Egli riuscì a scalare il picco di Montsegur senza essere visto dagli assedianti e sistemò in un barbacane una petraia efficiente quanto quella dei cattolici. Fu deciso d'inviare, un drappello di soldati esperti a distruggere la macchina da guerra. Nottetempo gli infami servi di Roma si arrampicarono giungendo ad un posto fortificato, collocato su un angolo della montagna. Sgozzarono all'istante le povere sentinelle, s'impadronirono del forte e senza alcuna pietà passarono a fil di spada tutti. I duelli di artiglieria, i tentavi di assalto degli assedianti durarono fino alla fine del mese di febbraio 1244.

All'alba del 28 febbraio 1244, quando ancora non si era levato il sole, Raimondo di Pereilla e Pietro Ruggero di Mirepoix, che avevano diretto giorno e notte, l'indomita difesa del castello, comparvero sulle mura e diedero l'ordine di suonare il corno... Era la dolorosa resa.

Per decenni quella fortezza protesa verso il cielo aveva rappresentato la loro nostalgia di anime imprigionate in un corpo di carne e sangue, mi inchino con rispetto e onore agli eroici e valorosi difensori di Montségur e della fede Catara. - Saluti Krak

Le condizioni della resa comportavano la restituzione degli ostaggi, l'incorporazione della fortezza nelle proprietà della Chiesa Romana, il perdono per chi avesse abiurato e il rogo per chi fosse rimasto fedele alla religione Catara. Non solo i Perfetti si rifiutarono di abiurare, ma i cavalieri e le guardie chiesero di ricevere il Consolamentum, ben sapendo che ciò avrebbe comportato un'atroce agonia tra le fiamme.

Il 16 marzo 1244 fu eretta un'enorme pira con la legna delle case distrutte in cui i Catari avevano abitato, in ottemperanza alla legge ecclesiastica che imponeva la distruzione delle dimore dei dissidenti religiosi. I Martiri di Montségur non ebbero un solo attimo di esitazione: si consegnarono alle fiamme intonando le preghiere, a testa alta, incontrando serenamente la morte. Se per il fariseo e per l'uomo mondano l'Angelo della Morte è terrore e desta tremito nelle membra alla sola menzione del suo nome, per il Cataro è invece un messaggero di liberazione: la cessazione dell'esistenza terrena porta al Consolato la fine dell'Esilio. Questo eroismo è quanto di più nobile e splendente possa essere concepito, un faro che irradia in mezzo alla densa tenebra dell'iniquità universale. Finché esisteranno esseri umani, che possa conservarsi nei cuori il ricordo di questi prediletti del Dio dei Buoni Spiriti!

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categorie: storia, commemorazioni, catarismo
giovedì, 21 febbraio 2008

Ab Aeterno

SI TROVA NELLE SACRE SCRITTURE ANCHE UNA ETERNITÀ MALVAGIA

Ora, che esista una eternità, una sempiternità e una antichità anche in altri dèi oltre al Signore vero Dio, possiamo facilmente mostrarlo per mezzo delle Scritture.

Cristo dice nel Vangelo di Matteo: "Allora il re dirà a coloro che saranno alla sua sinistra: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli"" (Mt, 25, 41). E il beato Giuda, fratello di Giacomo: "Quanto agli angeli che non hanno conservato il loro principato, ma hanno abbandonato la loro residenza, li ha imprigionati nelle tenebre con catene eterne per il giudizio del grande giorno" (Gd, 6). E ancora: "Allo stesso modo Sodoma e Gomorra e le città confinanti, che erano dedite similmente alla fornicazione e andavano dietro a un'altra carne, sono divenute un esempio, subendo il castigo del fuoco eterno" (Gd, 7).

Anche il beato Giobbe dice: "Là dove abita l'ombra della morte e non vi è alcun ordine, ma un orrore sempiterno" (Gb, 10, 22). E per bocca di Ezechiele il Signore dice del Monte Seir: "Io ti trascinerò in solitudini sempiterne" (Ez, 35, 9). E ancora: "Ecco, dice il Signore, che io volgendomi verso di te, Monte Seir, stenderò su di te la mia mano e ti renderò desolato e deserto; distruggerò le tue città e tu sarai deserto; e saprai che io sono il Signore, perché sei stato il mio nemico sempiterno e hai rinchiuso i figli di Israele nella mano della spada al tempo della loro afflizione, al tempo della loro estrema iniquità" (Ez, 35, 3-5).

Il Monte Seir è una figura del diavolo, nemico del vero Dio, come ha osservato Cristo nel Vangelo del beato Matteo. Inoltre l'Apostolo dice nella seconda Lettera ai Tessalonicesi: "I quali subiranno anche pene eterne nella rovina" (2 Ts, 1,9). E Cristo dichiara nel Vangelo di Matteo: "Ed essi andranno al supplizio eterno" (Mt, 25, 46). Lo stesso Cristo dice nel Vangelo del beato Marco: "Ma colui che avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno, ma sarà reo di un delitto sempiterno" (Mc, 3, 29).

Parlando dell'eternità del diavolo, dice il profeta Abacuc: "Dio verrà da Mezzogiorno, e il Santo dal Monte Faran; la sua gloria ha coperto i cieli, e della sua lode è piena la terra. Il suo splendore sarà come una luce, dei corni saranno nelle sue mani; là è nascosta la sua forza. Davanti alla sua faccia andrà la morte; il diavolo uscirà davanti ai suoi piedi. Ed egli si è fermato e ha misurato la terra; ha gettato uno sguardo e dissolto le nazioni; le montagne della terra sono state ridotte in polvere, le colline del mondo piegate dai passi della sua eternità" (Ab, 3, 3-6).
Della sua antichità sta scritto nell'Apocalisse: "E fu precipitato quel grande drago, il serpente antico chiamato diavolo e Satana" (Ap, 12, 9).

Pertanto, se quando si parla di eternità, sempiternità e antichità bisogna intendere che le essenze delle cose non hanno né inizio né fine - come risulta evidente, per esempio, nel caso del Dio buono -, altrettanto chiaramente si è mostrato in precedenza che il peccato, le pene, le solitudini, l'errore, il fuoco, il supplizio, le catene e il diavolo non hanno né inizio né fine, sia che questi nomi designino il principio supreno del male sia che ne designino gli effetti. Essi testimoniano di una causa unica, eterna o sempiterna o antica, perché se un effetto è eterno o sempiterno, ne consegue necessariamente che lo è anche la sua causa. Esiste infatti senza alcun dubbio un principio malvagio dal quale derivano propriamente e principialmente questa eternità o sempiternità e antichità.

Dal LIBRO DEI DUE PRINCÌPI, testo cataro

Essendo il Male un'essenza increata e primaria, si capisce come una persona malvagia può essere spiegata solo in due modi: o è un essere dotata di anima creata dal Dio Buono, ma brandita dai demoni come una spada, oppure di umano ha soltanto la forma, essendo la sua natura diabolica. Per un cataro, dire che una persona è malvagia ha implicazioni sconosciute ai seguaci della Chiesa di Roma e molto più gravi: significa negarne la natura umana per affermare la sua totale appartenenza alla Cattiva Eternità.

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categorie: documenti, catarismo
martedì, 19 febbraio 2008

L'Orrore che muove la Storia

IL DIO MALVAGIO HA FATTO RAPINARE CON LA FORZA I BENI ALTRUI E COMMETTERE OMICIDIO  

Ora possiamo mostrare con la massima evidenza per mezzo del Vecchio Testamento - secondo la fede dei nostri avversari - che il suddetto Signore e creatore ha fatto rapinare con la forza i beni altrui e sottrarre temporalmente, a titolo di prestito, i tesori degli Egizi e addirittura commettere, nel mondo materiale, i più grandi massacri.

Dice infatti nell'Esodo lo stesso Signore a Mosè: "Dirai dunque a tutto il popolo che ogni uomo chieda al sua amico e ogni donna alla sua vicina vasi d'argento e d'oro, e il Signore darà credito al popolo presso gli Egizi" (Es, 11, 2-3). E ancora: "E i figli di Israele fecero come aveva comandato loro Mosè, e chesero agli Egizi vasi d'argento e d'oro e abiti in quantità. E il Signore diede credito al popolo presso gli Egizi in modo che facessero loro dei prestiti; e così depredarono gli Egizi" (Es, 12, 35-36).

E nel Deuteronomio Mosè dice al popolo: "Se ti avvicinerai a una città per espugnarla, prima di tutto le offrirai la pace; se accetterà e ti aprirà le porte, tutta la popolazione che si trova in essa sarà salva e ti servità pagandoti tributo. Ma se non vorranno concludere l'alleanza e inizieranno la guerra contro di te, tu la attaccherai; e quando il Signore Dio tuo la consegnerà nelle tue mani, colpirai a fil di spada tutti i maschi, risparmiando le donne e i bambini, il bestiame e le altre cose che si trovano nella città; tutto il bottino, lo dividerai fra l'esercito, e ti nutrirai delle spoglie dei tuoi nemici, che ti darà il Signore Dio tuo. Così farai a tutte le città che si trovano a grande distanza da te e che non sono fra quelle di cui riceverai il possesso. Delle città che ti saranno date non lascerai invece sopravvivere assolutamente nessuno; ma ne passerai tutti gli abitanti a fil di spada: Hittiti, Amorrei, Cananei, Ferezei, Gebusei e Hivvei, come ti ha comandato il Signore Dio tuo" (Dt, 20, 10-17).

E ancora nello stesso libro: "Seon uscì incontro a noi con tutto il popolo per combattere a Iessa, e il Signore Dio nostro ce lo consegnò; noi lo colpimmo con i suoi figli e con tutto il suo popolo. E in quella occasione prendemmo tutte le città, dopo aver ucciso tutti i loro abitanti, uomini, donne e bambini; non vi lasciammo sussistere alcunché" (Dt, 2, 32-34). E ancora: "Il Signore Dio nostro consegnò dunque nelle nostre mani anche Og, re di Basan, e tutto il suo popolo; e noi lo colpimmo fino ad annientarlo, devastando tutte le sue città in un solo momento. Non ci fu città che ci sfuggissse; sessanta città, tutta la regione di Argob, regno di Og, in Basan" (Dt, 3, 3-4) ecc. "... e li sterminammo come facemmo con Seon, re di Esebon, distruggendo ogni città, uomini, donne e bambini; prendemmo invece come bottino il bestiame e le spoglie delle città" (Dt, 3, 6-7).

A proposito dell'uomo che raccoglieva legna il giorno di sabato, è scritto nel Libro dei Numeri: «Ora avvenne che, trovandosi i figli di Israele nel deserto e avendo sorpreso un uomo che raccoglieva legna il giorno di sabato, lo presentarono a Mosè, ad Aronne e a tutto il popolo; questi lo rinchiusero in carcere, non sapendo che cosa dovessero fare di lui. E il Signore disse a Mosè: "Che quest'uomo sia messo a morte, tutto il popolo lo lapidi fuori del campo"» (Nm, 15, 32-35).

Lo stesso Signore dice nell'Esodo al popolo israelitico: "Riempirò il numero dei tuoi giorni. Manderò il mio terrore davanti a te, e sterminerò ogni popolo dal quale andrete, e farò voltare le spalle a tutti i tuoi nemici" (Es, 23, 26-27).

E nel Levitico dice: "Inseguite i vostri nemici, ed essi cadranno davanti a voi; cinque dei vostri ne inseguiranno cento, e cento dei vostri diecimila; cadranno i vostri nemici sotto la spada davanti a voi" (Lv, 26, 7-8).

Anche nel Libro dei Numeri egli dice: "Se non vorrete massacrare gli abitanti della terra, coloro che sopravviveranno saranno come chiodi nei vostri occhi e lance nei vostri fianchi e vi combatteranno nella terra della vostra abitazione; e tutto quello che avevo pensato di far loro, lo farò a voi" (Nm, 33, 55-56).

Dal LIBRO DEI DUE PRINCÌPI, testo cataro

Se i testi veterotestamentari fossero letti con attenzione, non poche domande troverebbero un'immediata seppur agghiacciante risposta. Mi domando chi continuerebbe a vedervi scientemente la presenza e l'ispirazione di un'entità buona. A tutti sarebbe evidente: quel Dio è Orrore, e la vita sotto il suo giogo è una condanna. Chi non coglierebbe la sinistra e inquietante profezia contenuta nel Libro dei Numeri? Ancora una volta, l'estinzione volontaria del genere umano si presenta come la sola salvezza.

postato da: antares666 alle ore 07:45 | link | commenti (1)
categorie: documenti, catarismo
venerdì, 18 gennaio 2008

La pseudostoria è un nemico subdolo

L'INSIDIA DEI FALSI STORICI NEOTEMPLARI: IL CASO MALNIPOTE

La carenza di informazioni può essere meno problematica della loro sovrabbondanza, perché spesso queste risultano essere fondate sul nulla. Se la Rete rende agevoli le ricerche, introduce al contempo grandi incertezze, perché così come si può condividere un'informazione vera, è altrettanto agevole e immediato pubblicare falsità. Tra i tanti, a farne le spese sono i Catari e il Tempio, forse a causa dell'alone di mistero che li circonda. Soprattutto sui Cavalieri Templari si trova una pletora impressionante di falsi storici non sempre grossolani, al punto che è davvero difficile districarsi per ogni navigatore che voglia accrescere la propria conoscenza. 

Mentre discutevamo sul controverso argomento dei rapporti tra i Buoni Uomini e i Templari, io e la carissima amica Krak abbiamo scoperto in diversi siti una corrispondenza tra da Roncelin (Roncelinus) de Fos e Richard de Vechiers, entrambi Poveri Cavalieri di Cristo. Vale la pena di analizzare queste lettere, perché sembra che abbiano incuriosito e tratto in inganno diverse persone. Tutte le informazioni disponibili concordano nel collocare il carteggio e in una biblioteca nota come Fondo Malnipote, aggiungendone a volte anche un codice identificativo. La traduzione, non si sa se dal latino o dal francese antico, è ascritta a Opizzo Malnipote, mentre uno studio sui testi in questione è a nome di un certo professor Umberto Cardini.

Riporto i testi in versione integrale:

MANOSCRITTO 1

A Richard de Vichiers da Roncelin de Fos
Mio caro fratello in Cristo,
qui ad Acri, posso oggi scriverti per riferirti il successo della missione che mi affidasti il giorno della nascita del Nostro Signore nell'anno 1243 quando il diacono dei Buoni Uomini, Pierre Bonnet, giunse alla no