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Sono un esiliato, un Cavaliere Errante. Vago per impervie pietraie, nelle terre che gli Orchi chiamano Lugburz. Lontano dalla mia Dea adorata, privato del sole del mio Amore, percorro le più tenebrose contrade, ormai avvezzo al sospiro degli spettri...

Il mio nome si compone di due parti: una ha la sua origine nell'universo del Dio Nascosto, l'altra in quello del Creatore Malvagio. E' un geroglifico di ciò che sono: un angelo di fuoco imprigionato in un corpo demoniaco.


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martedì, 20 maggio 2008

La distruzione del Tempio ultimo atto: 4 aprile 1312 – 18 marzo 1314

Archiviato da krak0 in: storia, templari, articoli di krak

Preghiera[Krak] GIUROChe, tutte le volte che ce ne sarà bisogno, varcherò il mare per andare a combattere…che non sarò mai senz’armi e cavalli…che in presenza di tre nemici non fuggirò e terrò loro testa…Giuramento Templare XII-XIII secolo

OLTRE IL DOLORE

Con la bolla Vox in Excelso dell’aprile 1312, moriva ufficialmente l‘Ordine del Tempio. Rimaneva solo da decidere la sorte dei massimi esponenti, che continuavano a marcire, sepolti vivi, nelle segrete di Filippo. Clemente s’era riservato, molti mesi prima,di giudicare Molay e gli altri dignitari . Per sette anni aveva evitato il confronto diretto e ancora una volta non si smentì. Il 22 dicembre 1313 nominò una commissione di cardinali. La scelta, come durante tutto il processo non fu casuale, infatti, Nicola di Frèouville, Armando d’Auch e Arnaldo Novelli, erano tutti prelati estremamente “devoti” al “cristianissimo re”. I religiosi si recarono a Parigi dove insieme ad altri chierici tra cui Filippo di Marigny formarono una commissione che avrebbe dovuto giudicare gli ultimi Templari. Il 17 marzo i quattro prigionieri furono portati fuori dalla Torre di Chinon al cospetto dei legati pontifici.

Secondo le direttive impartite dal Papa, agli imputati non fu dato ascolto, né venne permessa nessuna difesa. Ancora una volta furono costretti a confessare – ciò che da loro si voleva sentire-. Gli fu comunicato che il giorno dopo durante un’ udienza pubblica sarebbero venuti a conoscenza della sentenza, pronunciata a nome del Santo Padre. I Dignitari ancora speravano in un giudizio equo, spurio da ogni pregiudizio o odio personale. Fino al loro ultimo giorno si lasciarono sviare dalla buona fede e dalla loro alta concezione dell’onore ormai caduto nell’oblio…

Dopo ”un’attenta riflessione”, la commissione pontificia stabilì la pena e predispose minuziosamente la cerimonia dell’indomani. Trattandosi dei più alti ranghi dell’Ordine, occorreva che tutto fosse più plateale possibile,la condanna di Jacques de Molay, doveva essere l’ultimo atto della tragedia del Tempio e della sua storia… Per il giorno dopo fu eretto un palco sul sagrato di Notre-Dame abbellito dalle insegne pontificie. I cardinali già s’immaginavano la scena del Gran Maestro, disonorato, prostrato che chiedeva umilmente perdono a loro, i massimi rappresentanti di Santa Romana Chiesa. Il Tempio ancora una volta doveva subire l’onta della vergogna e i suoi dignitari dovevano risultare colpevoli di crimini esecrabili senza lasciar spazio ai dubbi. Ma così non fu… Lunedi 18 marzo 1314, la folla si addensò intorno al palco fin dalle prime ore del mattino, in poco tempo lo spazio disponibile fu saturo. Filippo di Marigny e il cardinal de Farges, presero posto su di tribuna. Su di un diverso palco facevano da spettatori gli altri cardinali, i prelati, le autorità del popolo di Parigi . Vennero portati i quattro dignitari, con ancora addosso la bianca clamide lisa, sporca e consunta. Ancora una volta furono costretti a recitare la triste nenia . I volti della gente accorsa mutarono, la pietà si trasformò in disprezzo. Voci si levarono dalla folla – E’ dunque questo l’Ordine del Tempio, il fior fiore della cavalleria? E ancora –“E’ l’antro di tutti i demoni, l’Ordine del Diavolo…celano i loro crimini e i loro vizi sotto il mantello bianco, insultando la croce che portano cucita sul petto…”- Un cardinale ordinò il silenzio e diede lettura della sentenza : muro et carceri perpetuo retrudendi ovvero immuramento perpetuo. Certi applaudirono, molti mormorarono…..Improvvisamente Giacomo di Molay in un ultimo moto di orgoglio si alzò, calò il silenzio. Un violento scambio di parole intercorse tra il Gran Maestro il legato pontificio e Filippo di Marigny.

Guglielmo di Nagis descrive così i fatti –“ Proprio quando i cardinali già credevano d’aver concluso tutta la faccenda, improvvisamente e inaspettatamente, due di quelli, cioè il Gran Maestro e il Precettore di Normandia, presero la parola contro il cardinale che aveva tenuto il discorso e contro l’arcivescovo di Sens, e si difesero accanitamente, ritrattando sia le loro confessioni che quelle altrui, tralasciando ogni ossequio, tra la meraviglia degli astanti”-

E ancora il Gran Maestro disse -” Alla soglia della morte, dove anche la minima delle menzogne è fatale, confesso chiamando il cielo e la terra testimoni, che ho commesso peccato gravissimo a danno mio e dei miei, e che mi sono reso colpevole della terribile morte, perché, per salvarmi la vita è sfuggire ai troppi tormenti, ………..ho testimoniato contro me stesso e contro il mio Ordine. Ora invece, sebbene sappia quale destino mi attende, non voglio aggiungere altre menzogne a quelle già dette e, nel dichiarare che il Tempio fu sempre ortodosso e mondo da ogni macchia, rinunzio di buon grado alla vita”- Un chierico gli mise una mano sulla bocca per soffocare la sua voce. A quel punto fu Goffredo di Charnay che urlò che il Tempio era innocente dei crimini di cui lo si accusava, che le confessioni erano state estorte con la tortura. I cardinali erano sbalorditi, ammutolirono, Molay con il suo gesto, aveva rovinato “il bel finale” studiato per questa orrenda farsa. Nessuno si aspettava un tale atto di eroismo. La folla iniziò a rumoreggiare poco a poco ognuno di loro si stava convincendo della purezza dell’Ordine. I cardinali, impauriti, si affrettarono a sparire, lasciando i Templari nelle mani del prevosto. Quest’ultimo li portò nella cappella di Notre-Dame in attesa che gli ultimi facinorosi si disperdessero. Filippo apprese la notizia mentre era nella sua residenza a l’Ile de la Cité, ebbe immediatamente un attacco d’ira furibonda, chiamò i suoi consiglieri laici. Dopo aver sentito i loro pareri, decise che Jacques de Molay e Geoffrey de Charney, sarebbero stati mandati al rogo quella sera stessa come relapsi. Nessuno osò protestare contro questo ennesimo abuso del re. Anche una figura orripilante come Bernard Gui (inquisitore domenicano) mise l‘accento sul fatto che Filippo –“ non attese un altro giudizio della Chiesa sebbene i due cardinali fossero allora presenti a Parigi”-. Tutte le cronache del tempo hanno rilevato la determinazione, la calma e i coraggio con cui i due dignitari affrontarono il supplizio. Un’ ultima volta il Gran maestro ribadì l’innocenza del suo Ordine, affermando che i Templari erano buoni cristiani che erano mai fuggiti e che avevano sofferto la morte per Dio, per la giustizia e per la rettitudine.

Poi viene il racconto di Geoffroi de Paris – Il maestro che vide il fuoco pronto,si è spogliato senza paura alcuna . E così come io lo vidi, si mise tutto nudo nella sua camicia. Liberamente a buon viso. Mai tremò Sebbene lo si tiri e lo si urti. L’hanno preso per legarlo al palo. E lui si lascia legare senza timore. Gli legano le mani con una corda. Ma egli così dice loro –“Signori almeno, lasciatemi giungere un po’ le mani e levare una preghiera a Dio poiché ne è il momento e la stagione. Io vedo qui il mio giudizio. In cui mi conviene morire liberamente. Dio sa chi ha torto e chi ha peccato. Giungerà presto la disgrazia a quanti mi hanno condannato a torto. Dio vendicherà la nostra morte. Signori – disse – sappiate, senza tacere che tutti coloro che ci sono contrari. Per noi dovranno soffrire. In questa fede io voglio morire. Ecco la mia fede, io vi prego che verso la Vergine Maria, da cui nostro Cristo Signore nacque, volgiate il mio viso” Gi hanno accordato la sua richiesta. E la morte lo prese così dolcemente che tutti se ne meravigliarono. al suo fianco vi era Geoffrey de Charney . Il fuoco li avvolse, le loro voci si spensero tra le fiamme. In molti furono toccati da questa eroica morte…

Sul grande regno di Francia cominciarono a calare la tenebre…

Nei secoli successivi si è diffusa la leggenda sulla maledizione secondo cui il Gran Maestro, tra le fiamme, avrebbe predetto la morte del papa e del re entro l’anno. Personalmente non credo a questo racconto. Comunque la storia reale narra che le anime dannate che distrussero l’eroico Ordine del Tempio in breve tempo sprofondarono agli inferi . Il primo a dipartire fu l’iniquo papa Clemente, il 20 aprile. Gli orrendi presagi di sventura che funestarono la sua investitura lo accompagnarono anche nella morte. Uno scritto del tempo racconta di come il cadavere del papa fu composto con gran pompa in chiesa. Improvvisamente durante la veglia funebre, un candelabro gli rovinò addosso e appiccò il fuoco al catafalco, tra lo stupore dei presenti, le fiamme avvolsero Clemente riducendolo in polvere . L’evento fece molto clamore e venne interpretato dal popolo come un castigo di Dio, carnefice e vittime divorati dalle fiamme eterne . Nell’aprile 1313 mori per una misteriosa malattia anche l’infame Nogaret. Il trenta dello stesso mese, l’orrido Enguerrand de Marigny, sacrificato alla vendetta dei baroni, fu impiccato. Infine rimase il “cristianissimo re Filippo”nemmeno lui sfuggirà alla “vendetta”. Spirò il 29 novembre dello stesso anno, in seguito ad una complicazione dovuta ad una caduta da cavallo. Morendo, il crudele re, lascerà il regno in mano alla propria "malagenia", inetti e incapaci, trascineranno nel giro di pochi anni, la Francia nella disastrosa Guerra dei Cento anni.

-“……Molti in terra condannati, vengono là in cielo incoronati…Si può ben ingannare la chiesa, ma Dio, in nessuna guisa, può essere ingannato...”- Goffredo di Parigi

NOS NOBIS DOMINE, NOS NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

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Krak

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La Distruzione del Tempio parte XII: 20 marzo 1312 – 3 aprile 1312

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Preghiera[Krak] IL TEMPIO VIVRA’ IN ETERNO

At vero Christi milites securi praeliantur praelia Domini sui, nequaquam metuentes aut de hostium caede peccatum, aut de sua nece periculum, quandoquidem mors pro Christo vel ferenda, vel inferenda, et nihil habeat criminis, et plurimum gloriae mereatur. Hinc quippe Christo, inde Christus acquiritur, qui nimirum et libenter accipit hostis mortem pro ultione, et libentius praebet seipsum militi pro consolatione. Miles, inquam, Christi securus interimit, interit securior. Sibi praestat cum interit, Christo cum interimit. Non enim sine causa gladium portat: Dei enim minister est ad vindictam malefactorum, laudem vero bonorum.

Tratto dal De Laude Novae Militiae

Il 20 marzo arrivò a Vienne, il re di Francia accompagnato da un nutrito seguito di “fedelissimi”e un ingente contingente militare. Si stabilì a Saint-Colombe un sobborgo posto in territorio francese. Da tempo il destino del Tempio era segnato. Rimaneva, solo da palesare, in maniera più scenografica possibile, l’infame decisione. Il 3 aprile si tenne nella chiesa di Saint-Maurice la prima udienza della seconda sessione del Concilio. Il protocollo venne rispettato con cura, mascherando l’odiosa commedia che stava per avere inizio. Filippo era giunto per quello e non poteva di certo mancare. Il papa troneggiava nel seggio più alto di fronte ai padri Conciliari e ha una moltitudine di baroni e cavalieri giunti da tutta la Francia. Non si trattava di coinvolgere i prelati nella scelta ma di ottenere solo la loro tacita approvazione. Clemente aprì la sessione declamando il salmo 1,V.5 “Non resurgunt impii in judicio”.Dopo l‘omelia e prima che iniziasse il processo, fu annunciato che, sotto pena di scomunica, a nessuno era permesso di parlare, se non su esplicita richiesta o con il permesso del Pontefice stesso.

Fu così che ebbe inizio la penosa lettura …..

VOX IN EXCELSO LA COSIDDETTA “BOLLA DELL’INFAMIA”

-“Clemente vescovo, servo di Dio, a perpetuo ricorso dell’avvenimento. Si è udita, nell’alto, una voce di lamento, di pianto di lutto. Poiché è venuto il tempo nel quale il Signore si lamenta per bocca del profeta: questa casa si è trasformata per me in causa di furore e di indignazione; e sarà tolta via dal mio cospetto per la malvagità dei suoi figli, perché essi mi provocarono l’ira, rivolgendomi le spalle, non la faccia, e collocando i loro idoli nella Mia casa, nella quale è stato invocato il Mio Nome, per contaminarla. Costruirono alture in nome di Baal, per iniziare a consacrare i loro figli agli idoli e ai demoni. Hanno peccato gravemente come nei giorni di gabaa…………. caddi nell’udirla, mi rattristai nel vederla, il mio cuore si amareggiò e le tenebre mi fecero rimanere stupefatto. Infatti la voce del popolo sale dalla città, la voce esce dal Tempio ………La loro malizia si è resa manifesta per la loro perdizione…..Non è poca, infatti, la sua infedeltà: essa che immola i suoi figli e li dà e li consacra ai demoni e non ha Dio, a dei che essi ignoravano.

Quindi questa casa sarà abbandonata e oggetto di vergogna, maledetta e deserta, sconvolta ridotta in polvere, ultimo deserto, senza vie, arido per l’ira di Dio, che ha disprezzato………..Quindi il luogo stesso del Tempio partecipe dei mali del popolo.

Già dalla nostra elevazione al sommo pontificato, anche prima che ci recassimo a Lione dove abbiamo ricevuto la nostra incoronazione; e poi dopo, sia lì che altrove, qualche relazione fattaci in segreto ci informava che il Maestro, i priori e gli altri frati dell’Ordine della Milizia del Tempio di Gerusalemme, ed anche l‘Ordine stesso, essi che erano stati posti nelle terre d’oltremare proprio a difesa del patrimonio di Nostro Signore Gesù Cristo, e come speciali e principali difensori della Fede cattolica e della Terra Santa, sembravano curare più di ogni altro tutto ciò che riguarda la Terra Santa stessa , per cui la sacrosanta Chiesa Romana………..li ha armati con il segno della croce contro i nemici di Cristo………..essi dunque contro lo stesso Signore Gesù Cristo erano caduti in una innominabile apostasia, nella scelleratezza di una vergognosa idolatria, nel peccato esecrabile dei sodomiti e in varie altre eresie.

E poiché non era verosimile e sembrava incredibile che uomini tanto religiosi, I QUALI AVEVANO SPARSO MOLTO SPESSO IL LORO SANGUE PER IL NOME DI CRISTO, e che esponevano sempre le loro persone ai pericoli mortali ………..fossero così incuranti della propria salvezza, da perpetrare tali enormità ………….non volevamo prestare orecchio a tali insinuazioni e delazioni…………Ma poi il nostro carissimo figlio di Cristo Filippo illustre re dei Francesi, cui erano stati rivelati i stessi delitti , non per avarizia, in quanto non aveva nessuna intenzione di rivendicare o di appropriarsi dei beni dei Templari; nel suo regno, anzi, li trascurò, tenendosi lontano da questo affare, ma acceso dallo zelo della vera Fede, seguendo le orme illustri dei suoi progenitori, volendo istruirci e informarci a questo riguardo, ci ha fatto pervenire tramite ambasciatori, molte e gravi informazioni.

Le voci infamanti contro i Templari e il proprio Ordine si facevano sempre più consistenti e persino un soldato dello stesso Ordine di non poca stima, depose dinnanzi a noi ……..Egli disse che aveva visto il Gran Maestro dei Templari ricevere nello stesso……….un soldato allo stesso modo, cioè con il rinnegamento di Cristo e con lo sputare sulla Croce alla presenza di ben 200 frati………….

Finalmente la voce del popolo e la clamorosa denunzia del suddetto re ……………….ha fatto giungere alle nostre orecchie, e diciamo non con dolore ….....abbiamo creduto bene dover procedere ad una inchiesta. Abbiamo, quindi , fatti venire alla nostra presenza…. fatto prestare loro giuramento……….ne abbiamo esaminati 72……………..Dopo di questo, volendo indagare personalmente su questa questione col Maestro generale, il visitatore di Francia, coi principali priori del’Ordine…………Molti però, in quel tempo erano infermi, e non potevano cavalcare, ne esser condotti agevolmente ala mia presenza. Volendo conoscere la verità su tutto questo e se fossero vere le loro confessioni e deposizioni rese davanti all’inquisitore per eresia nel suddetto Regno di Francia………demmo l’incarico ai nostri diletti Figli : Berengario…….Stefano…..Landulfo……Da queste deposizioni (degli alti Dignitari del Tempio) e confessioni essi, in ginocchio e con le mani congiunte umilmente, devotamente e con abbondante effusione di lacrime…..

Dopo, di ciò, giunti a Vienne, essendo già presenti moltissimi patriarchi, arcivescovi, vescovi eletti, abati, ………ivi radunati per il concilio da noi convocato. Noi, dopo la prima sessione tenuta con i prediletti cardinali…….Quindi abbiamo fatto leggere attentamente, ………per più giorni, finchè essi vollero ascoltare, le attestazioni raccolte riguardanti l’inchiesta sull’Ordine………..A questi cardinali, pertanto , patriarchi, arcivescovi, vescovi, abati e agi atri prelati e procuratori eletti proprio per questa questione, quando furono alla nostra presenza, fu da noi rivolto il quesito in segreto, come si dovesse procedere in un tale problema, tanto più che alcuni Templari si offrivano a difendere il proprio Ordine………………insomma alla grande maggioranza, circa quattro quinti di quelli che si trovavano al concilio da ciascuna nazione…….i procuratori diedero in tal senso il loro parere- che si dovesse concedere all’Ordine il diritto di difesa, e che esso, sulla base di ciò che era stato provato fino a quel il momento, non potesse essere condannato per quelle eresie-……….Alcuni invece sostenevano che quei frati non dovevano essere ammessi a difesa dell’Ordine …..Ora è vero che dai processi svolti contro quest’Ordine, esso non può canonicamente essere dichiarato eretico con sentenza definitiva; ma lo stesso Ordine, a causa di quelle eresie che gli vengono attribuite, ha conseguito una pessima fama…….noi dopo una lunga e matura riflessione, avendo dinnanzi agli occhi unicamente Dio…..abbiamo pensato bene doversi sciogliere la via della decisione e della sistemazione, attraverso la quale saranno tolti gli scandali, saranno evitati i pericoli………L’infamia , il sospetto, le clamorose relazioni e le altre cose già dette ……..Riflettendo, inoltre, che da tutto ciò è nato contro questo Ordine un grave scandalo, che difficilmente potrebbe essere messo a tacere se l’Ordine continuasse a esistere, e considerando i pericoli per la fede e per le anime, e gli orridi numerosi misfatti della maggior parte dei frati dello stesso Ordine, e molte altre giuste ragioni e cause ci siamo dovuti risolvere alle decisioni che seguono. La maggior parte dei cardinali, ed almeno quattro quinti di quelli eletti da tutto il concilio ha ritenuto più conveniente, vantaggioso e utile per l’onore di Dio, per la conservazione della fede cristiana, per l’aiuto alla Terra Santa e per molte altre giuste ragioni che si eseguisse piuttosto la via del provvedimento della sede apostolica SOSPENDENDO L’ORDINE DA OGNI FUNZIONE E ASSEGNANDO I BENI ALL’USO CUI ERANO DESTINATI…………….

NON CON SENTENZA DEFINITIVA, MA CON PROVVEDIMENTO APOSTOLICO, NOI CON L’APPROVAZIONE DEL SANTO CONCILIO, SOSPENDIAMO L’ORDINE DEI TEMPLARI DA OGNI FUNZIONE, LA SUA REGOLA, IL SUO ABITO, IL SUO NOME, CON DECRETO ASSOLUTO, PERENNE, PROIBENDO PUR SEMPRE E VIETANDO SEVERAMENTE CHE QUALCUNO,IN SEGUITO, ENTRI IN ESSO,NE ASSUMA L’ABITO, LO PORTI, E INTENDA COMPORTARSI DA TEMPLARE. SE POI QUALCUNO FACESSE DIVERSAMENTE, INCORRA NELLA SENTENZA DI SCOMUNICA IPSO FACTO……………….

A Vienne, Regno di Francia, 22 marzo 1312 settimo del nostro pontificato”-.

Il tempo della fedetà si allontana………..

ONORE E GLORIA ALL'ORDINE DEL TEMPIO

Sane cum occidit malefactorem, non homicida, sed, ut
ita dixerim, malicida, et plane Christi vindex in his qui male
agunt, et defensor christianorum reputatur. Cum autem
occiditur ipse, non periisse, sed pervenisse cognoscitur.
Mors ergo quam irrogat, Christi est lucrum; quam
excipit, suum. In morte pagani christianus gloriatur, quia
Christus glorificatur; in morte christiani, Regis liberalitas
aperitur, cum miles remunerandus educitur. Porro super
illo laetabitur iustus, cum viderit vindictam. De isto dicet
homo: si utique est fructus iusto? Utique est Deus iudicans eos in
terra.
Non quidem vel pagani necandi essent, si quo modo
aliter possent a nimia infestatione seu oppressione fidelium
cohiberi. Nunc autem melius est ut occidantur, quam certe
relinquatur virga peccatorum super sortem iustorum, ne forte
extendant iusti ad iniquitatem manus suas. Dal De Laude Novae Militiae

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Continua……………


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Krak

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La Distruzione del Tempio parte XI: 16 ottobre 1311 - marzo 1312

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Templars[Krak] I. Novum militiae genus ortum nuper auditur in terris,
et in illa regione, quam olim in carne praesens visitavit
Oriens ex alto, ut unde tunc in fortitudine manus suae
tenebrarum principes exturbavit, inde et modo ipsorum
satellites, filios diffidentiae, in manu fortium suorum dissipatos
exterminet, faciens etiam nunc redemptionem plebis suae,
et rursum erigens cornu salutis nobis in domo David pueri sui.
Novum, inquam, militiae genus, et saeculis inexpertum,
qua gemino pariter conflictu atque infatigabiliter decertatur,
tum adversus carnem et sanguinem, tum contra spiritualia
nequitiae in caelestibus. Et quidem ubi solis viribus corporis
corporeo fortiter hosti resistitur, id quidem ego tam non
iudico mirum, quam nec rarum existimo. Sed et quando
animi virtute vitiis sive daemoniis bellum indicitur, ne hoc
quidem mirabile, etsi laudabile dixerim, cum plenus monachis
cernatur mundus. Da il De Laude Novae Militiae

EMERGERE DALLE FIAMME

Come già detto il Concilio di Vienne si riunì sabato 16 ottobre 1311. Molte furono le illustri defezioni durante i primi sei mesi. Tralasciando i primi due punti all’ordine della riunione, per adesso, mi occuperò di quello che mi sta più a cuore, ovvero, la sorte dei Templari.

Per Clemente l’imperativo era sciogliere il glorioso Ordine del Tempio. Per avvalorare le proprie menzogne e restringere i tempi del Concilio, chiese a due cardinali di scrivere il proprio parere in merito alla questione. I due prescelti furono Jacques Duèze vescovo di Avignone e Guglielmo La Maire vescovo di Angers. Essi dopo una “attenta analisi” convennero che la colpevolezza dei Templari era fuori discussione e che quindi il Tempio doveva essere soppresso. I rappresentanti di Federico II di Aragona si espressero in maniera opposta –“……sulla base di quello che hanno detto i Cardinali e il clero, non è possibile condannare l’Ordine nel suo complesso dato che, non vi è traccia di colpa…..”- Gli fece eco l‘abate cistercense Jacques de Thérines che si chiese se uomini di nobile nascita che avevano rischiato la vita per difendere la Terra Santa potessero essere realmente degli eretici ,portando, inoltre, l’attenzione su diverse incongruenze contenute nei processi inquisitoriali. Un altro chierico Inglese Walter di Guisborough scrisse –“…..la maggior parte dei prelati sta dalla parte dei Templari, tranne quelli francesi che, sembrerebbe, non osino agire in altro modo per paura del re, fonte di tutto questo scandalo…..”-

La comparsa dei 7 eroici confratelli in ottobre sconvolse i precari equilibri dell’Assemblea. Dopo aver gettato nelle buie e deplorevoli prigioni gli ultimi valorosi difensori dell’Ordine, Clemente si affrettò a scrivere una missiva “all’amatissimo figliolo”, che si trovava a Lione. In tale lettera egli spiegava “l’increscioso incidente” e invitava il re alla prudenza avendo saputo che nei dintorni della città erano nascosti qualche centinaio di monaci-guerrieri. Un atto di pura ipocrisia,(sentimento che pervaderà l’intero procedimento) il Pontefice non poteva di certo sentirsi in pericolo con l’arrivo dei Templari considerando che l’infimo Filippo da tempo aveva provveduto a “proteggere” il Santo Padre con i suoi armigeri. Pronti a tutto, o meglio, inviati a Vienne per “conciliare” le opinioni dei prelati, erano una guardia scelta dal monarca, il Tempio doveva essere distrutto a tutti i costi, fossero dovuti intervenire anche i suoi “fedelissimi”.

Le vere intenzioni degli eroici cavalieri che si trovavano nei dintorni di Vienne erano tutt’altro che bellicose, erano li solo per difendere un’ultima volta il loro amato e onorato Ordine. La loro fiducia nella giustizia e nel Pontefice fu tradita ancora una volta……

Dopo questa parentesi a dicembre il Papa decise di chiedere ai Padri conciliari la loro opinione in merito alla spinosa diatriba se i confratelli potessero avere o meno dei difensori. Tolomeo di Lucca vescovo di Torcello, domenicano, scriverà –“ I prelati furono chiamati a conferire con i cardinali sulla questione dei Templari. Gli atti che riguardavano tale argomento furono letti hai prelati, ed essi furono convocati uno per uno e il pontefice chiese loro se si dovesse permettere ai Templari di presentare la loro difesa. Tutti i prelati d’Italia tranne uno, ……………espressero parere favorevole…….”-Clemente rimase basito una maggioranza schiacciante rispose di si. Contrari furono solo tre Francesi e un Italiano, mentre gli Inglesi, i Tedeschi, gli Italiani, gli Scozzesi, gl’Irlandesi, i Spagnoli e i restanti Francesi dissero che il Tempio aveva diritto ai propri difensori. Gli arcivescovi di Sens, Reims, Rouen condividevano l’opinione contraria del Papa. Ebbero la sfrontatezza di affermare che era materialmente impossibile costituire una difesa per l’assenza dei monaci-soldato. Come durante tutto questo processo questi porporati sembrarono essere affetti da un grave disturbo: la memoria labile. Infatti nessuno di essi parlò della loro orrenda condotta dei mesi antecedenti. L ‘arcivescovo di Sens “dimenticò” di narrare del tranello che aveva teso ai rappresentanti del Tempio il 12 maggio, degli omicidi di Pietro da Bologna e di Rinaldo di Provins e delle pressioni fatte a Guglielmo di Chamborent e a Bertrando di Santiges, affinchè abbandonassero la difesa. Siccome questa malattia sembrò essere contagiosa non fecero eccezione ne il vescovo di Reims, ne il vescovo di Ruen che altri non era che Egidio di Aycelin.Egli pur essendo a conoscenza delle usurpazioni fatte agli inermi Templari tacque codardamente.

Clemente in netta minoranza si sentì sprofondare nel vuoto….. Sapeva bene che con una giusta difesa il Tempio ne sarebbe uscito vittorioso, troppe erano le incongruenze nei verbali e soprattutto mancavano prove schiaccianti. Anche Filippo avvertì il pericolo e reagì. Chiamò a raccolta gli Stati Generali. Con lettere datate Poissy 30 dicembre 1311 convocò i rappresentanti del clero, della nobiltà e del terzo stato per il 10 febbraio 1312 a Lione. (La scelta del luogo fu ponderata attentamente tale città era molto vicina a Vienne). La motivazione adotta dal re per tale riunione fu : LA PURA E SEMPLICE SOPPRESSIONE DEL TEMPIO SENZA PROCESSO.

Da gennaio a marzo a Vienne, durante il Concilio, vennero trattati gli altri due punti del programma . A metà febbraio erano giunti nel Delfinato gli inviati del re. Figuravano suo figlio Luigi di Navarra, i conti di Bologna e Saint-Pol e l’immancabile terzetto d’infami Marigny, Plaisans e Nogaret. Quello che questa malvagia congrega si disse nessuno lo ha mai saputo. Dopo alcuni giorni di colloqui a porte chiuse i rappresentanti di Filippo se ne andarono, sprofondando di nuovo nell’inferno che li aveva partoriti.

Il 2 marzo lo stesso monarca scrisse una lettera a Clemente –“…………………….La Vostra Beatitudine è a conoscenza che ci è stato fatto capire da persone degne di fede che escono o che risultano, da quanto è stato trovato nelle inchieste fatte contro i fratelli dell’Ordine della Milizia del Tempio, tali e così grandi eresie e altri crimini così orribili e detestabili da loro commessi che, per tale motivo, a giusto titolo, l’Ordine deve essere soppresso. Per questo, ardente zelo per l’ortodossia della fede, e allo scopo che una così grande ingiuria fatta a Cristo non resti impunita, noi supplichiamo affettuosamente, devotamente e umilmente Vostra Santità di voler sopprimere ‘Ordine suddetto e creare un nuovo Ordine militare attribuendogli, con i loro diritti, onori e oneri, i beni del suddetto Ordine, o i beni che aveva e possedeva all’epoca in cui il Gran Maestro, i precettori di Francia, d’Oltremare, di Normandia, del Poitu e d’Aquitania e molti altri fratelli furono arrestati e detenuti in gran numero nel nostro regno, vale a dire nell’anno del Signore milletrecentosette, o di acconsentire a trasferirli a un altro degli antichi Ordini Militari ………."-.

Clemente rispose all’appello con “pio” coinvolgimento, ancora una volta la minaccia della riesumazione della memoria di Bonifacio, ebbe il suo peso, egli non voleva di certo che il fantasma del suo predecessore tornasse a tormentare la sua infausta vita.

Il Concilio venuto a conoscenza delle vere intenzioni di Filippo espresse parere sfavorevole. In pochi avrebbero voluto vedere il monarca a capo delle macerie del Tempio…..si,proprio a questo, anelava il maligno re.

Il Papa si trovava con le spalle al muro…..ma la “provvidenza “ giunse al momento appropriato nella figura di Guglielmo Duranti, Vescovo di Mende. “L’ illuminato” ecclesiasta suggerì l’espediente migliore: sopprimere l’ Ordine senza processo, senza dibattimento, senza difensori, in virtù solo della podestà papale. Il pontefice, che da tempo accarezzava questa sciagurata soluzione ne rimase entusiasta….le sue misere pene sarebbero finite.

Fu durante un concistoro segreto riunito dal Santo Padre che con quattro voti favorevoli su cinque fu decisa LA FINE DEL TEMPIO (al tempo fu definita cassazione, o soppressione “provvisoria”). L‘unico a dissertire fu il vescovo di Valencia sostenendo che tale soluzione ERA CONTRARIA ALLA RAGIONE E ALLA GIUSTIZIA.

TEMPLARI SI E’ NEL CUORE NELLO SPIRITO OGNI ISTANTE DELLA PROPRIA VITA DA SEMPRE E PER SEMPRE…..

Ceterum cum uterque homo suo quisque gladio
potenter accingitur, suo cingulo nobiliter insignitur, quis
hoc non aestimet omni admiratione dignissimum, quod
adeo liquet esse insolitum?
Impavidus profecto miles, et omni ex parte securus, qui
ut corpus ferri, sic animum fidei lorica induitur. Utrisque
nimirum munitus armis, nec daemonem timet, nec
hominem. Nec vero mortem formidat, qui mori desiderat.
Quid enim vel vivens, vel moriens metuat, cui vivere
Christus est, et mori lucrum? Stat quidem fidenter libenterque
pro Christo; sed magis cupit dissolvi et esse cum
Christo: hoc enim melius.
Securi ergo procedite, milites, et intrepido animo inimicos
crucis Christi propellite, certi quia neque mors, neque vita
poterunt vos separare a caritate Dei, quae est in Christo Iesu,
illud sane vobiscum in omni periculo replicantes: Sive
vivimus, sive morimur, Domini sumus.
Quam gloriosi revertuntur victores de proelio! Quam
beati moriuntur martyres in proelio! Gaude, fortis athleta,
si vivis et vincis in Domino; sed magis exsulta et gloriare si
moreris et iungeris Domino. Vita quidem fructuosa, et
victoria gloriosa; sed utrique mors sacra iure praeponitur.
Nam si beati qui in Domino moriuntur, non multo magis qui
pro Domino moriuntur? Da Il De Laude Novae Militiae

Riti e Rituali: Articoli di Krak

La Distruzione del Tempio:

Parte I
Parte II
Parte III
Parte IV
Parte V
Parte VI
Parte VII

Parte VIII
Parte IX

Parte X

Continua……………


Saluti
Krak

postato da: krak0 alle ore 21:47 | link | commenti
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venerdì, 16 maggio 2008

La vicenda di Niscemi: un classico esempio di come gli esseri umani possano dare grandi soddisfazioni al Demiurgo. Non mi stupisco se i protagonisiti di questa storia fossero nati già destinati ad imbastire uno spettacolo che sicuramente avrà destato applausi ed ovazioni tra gli affollati spalti dei Perniciosi Poteri. Una volta in guerra si stuprava e si ammazzava ora il Demiurgo, vero Dio dall'incalcolabile potere ed astuzia, ci sta mostrando come si possano ottenere gli stessi risultati attraverso il controllo mentale esercitato  dalla televisione e dai mass-media sui giovani. E' un vero burattinaio e questo mondo è il teatro dove vanno in scena le sue opere.

postato da: Albedo alle ore 11:35 | link | commenti
categorie: orrore cosmico
venerdì, 09 maggio 2008

PANTEISMO E TRAPIANTI D'ORGANO

Se è pericoloso cadere nell’errore di Tommaso, ovvero credere solo a quello che si vede e che si tocca, è anche vero che non si può persistere in idee che sono smentite dai fatti. Il panteismo è una credenza che contiene se stessa la propria contraddizione. Nel momento in cui si asserisce l’esistenza di un Dio immanente alla materia, a tutta la materia, necessariamente si deve ammettere che la stessa materia abbia sostanza o qualità divina. Sul concetto di “divino” ogni popolo e/o religione ha elaborato una propria interpretazione, frutto di differenti contesti culturali, storici e geografici, ma a prescindere dal contenuto di tale  interpretazione, rimane la necessità che tale concetto sia quanto meno coerente. Ora ciò che manca all’idea panteista di un Dio che pervade tutto il cosmo, o anche semplicemente, tutta la natura del nostro pianeta è proprio la coerenza. Partiamo dall’idea panteista: c’è un unico Dio ed esso è nella materia, o comunque anche nella  materia, sia che essa si presenti sotto forma organica od inorganica, sia che essa appartenga al regno animale o a quello vegetale o minerale. Spostiamo ora l’analisi nel campo che dovrebbe rappresentare la forma di maggiore complessità della manifestazione divina ovvero il regno animale, ed in particolare l’individuo umano; ne deriva da questa credenza che ogni uomo è manifestazione, non creazione, di uno stesso principio divino,  e che quindi ogni uomo può affermare “io sono Dio” . E con questo si intenderebbe:

1.     ogni uomo è lo stesso e unico Dio;

2.     ogni singola cellula del corpo di ogni uomo è Dio, perché questa forma di credenza ci dice che Dio è immanente alla materia.

La conseguenza logica dei due punti sopra descritti è che viene meno l’unicità di ogni singolo essere umano, in quanto tutti sono manifestazioni materiali dello stesso Dio che è fatto, giova ancora ripeterlo, di materia o comunque anche di materia.

Ne deriva, in base a queste premesse, che le differenze tra esseri viventi, sono solo apparenti e non sostanziali. E a questa mia considerazione non può certo obiettarsi, da parte di un panteista, che l’unico Dio si manifesta sotto molteplici forme, perché comunque si tratta di manifestazioni dello stesso Dio materiale, le quali, quindi, richiedono un minimo comune denominatore. In caso contrario non vi sarebbe più nulla che distinguerebbe il panteismo dal semplice materialismo.

Non solo, ma tale minimo comune denominatore non può essere rinvenuto esclusivamente nell’anima o in qualche elemento trascendente, bensì deve essere contenuto, almeno in parte, anche nella materia. Ebbene, a dimostrare l’inconcludenza del ragionamento panteista è proprio la materia organica a reclamare in maniera violenta e perentoria la propria unicità. E’ proprio la materia organica che più si evolve in forma complessa e più asserisce il proprio distacco ed il proprio rigetto da quel tutto, di cui invece dovrebbe essere solo apparente manifestazione. Il concetto di unicità biologica dell’individuo è contenuto nel suo DNA, e fin qui possiamo dire che non vi è radicale contraddizione con una teoria panteista che affermi che tutta la materia è divina; la contraddizione invece giunge, in maniera insanabile, quando al concetto di unicità si affianca quello di irreversibile incompatibilità tra la materia organica di cui sono fatti gli individui. Tale incompatibilità la vediamo, in maniera plateale, nei fenomeni di rigetto che si verificano nei soggetti sottoposti a trapianti d’organo. L’unicità dell’individuo è data dalla reazione del suo sistema immunitario che attacca l’organo trapiantato (a meno che non si tratti di autotrapianto o di trapianto effettuato tra gemelli). La reazione immunitaria di rigetto non si verifica solo in caso di xenotrapianto, ovvero di trapianto effettuato tra organismi appartenenti a specie diverse (es organi di maiali trapiantati sugli uomini), ma anche in caso di allotrapianti, ovvero quando il donatore appartiene alla stessa specie del ricevente. I trapianti hanno successo solo quando vengono accompagnati da terapie di immunosoppressione, ovvero trattamenti tesi a bloccare il sistema immunitario del ricevente, il quale altrimenti attaccherebbe l’organo trapiantato, causando una crisi di rigetto e la conseguente morte del ricevente. Il Tessuto trapiantato, quindi, sebbene indispensabile per la sopravvivenza dell’organismo viene riconosciuto ed attaccato dai Linfociti T, nei quali pure, sempre secondo il panteismo, dovrebbe essere Dio. Anzi i linfociti T dovrebbero essere Dio. Il maggiore responsabile dell’attacco dei Linfociti è il sistema MHC, o complesso maggiore di istocompatibilità, un locus genico altamente polimorfico responsabile dell’allorigetto, in quanto determina la differenza tra il self e il non self.

Ora proprio l’interazione tra la molecola MHC e i Linfociti è proprio la dimostrazione che la materia organica si evolve verso forme complesse che si pongono in termini non solo di unicità ma anche di  esclusività e di conflittualità, all’interno di un sistema biologico come quello umano, con le altre forme organiche. Tale conflittualità non si limita a manifestarsi verso microrganismi pericolosi, come virus o batteri, ma si estende anche alle cellule di individui appartenenti alla stessa specie del ricevente. Ebbene l’unico e pervasivo Dio dei panteisti è presente anche nell’MHC? Secondo il loro credo sì! Non solo ma, sempre secondo il loro credo, ne discenderebbe che il Dio immanente all’MHC causerebbe la reazione di rigetto verso il tessuto trapiantato, ovvero in definitiva contro se stesso, perché Dio, secondo tale concezione è presente anche nell’organo trapiantato, portando alla morte, tra atroci sofferenze l’intero organismo, ovvero sempre se stesso, perché l’uomo, ci dicono i panteisti, contiene Dio. In altre parole: Dio non è in grado di riconoscere se stesso e, soprattutto, Dio finisce per attaccare se stesso. Tutto ciò è completamente assurdo ed è la dimostrazione che una religione che vuole imprigionare Dio nella materia, cade in contraddizione con se stessa, perché la materia, sia su scala molecolare, che su scala cosmologica, si sta allontanando sempre di più da qualsiasi principio di unicità onnicomprensiva. Affermare quindi che un principio unico è immanente alla materia significa cadere in insanabile contraddizione.

 

postato da: Albedo alle ore 08:14 | link | commenti (3)
categorie: filosofia, libero spirito, polemistica, confutazioni
giovedì, 08 maggio 2008

Montfort est mort, est mort, est mort! Viva Tolosa!

NEMESI DI UN GENOCIDA

Dal 1209 l'avanzata del Conte di Leicester Simon de Montfort e dei suoi eserciti era stata inarrestabile, e aveva portato con sé solo sterminio e devastazione in Linguadoca. La conquista del territorio progrediva anno dopo anno attraverso quella che può ben essere chiamata Guerra dei Castelli. Moltissime fortezze sono state sottoposte ad assedio, finendo con l'essere espugnate. I loro nomi corrispondono a stragi inaudite e a roghi di massa: Agen, Albi, Birou, Bram, Cahusac, Cassés, Castres, Fanjeaux, Gaillac, Lavaur, Limoux, Lombez, Minerve, Mirepoix, Moissac, Montégut, Montferrand, Montréal, Pamiers, Penne, Puivert, Saint Antonin, Saint Marcel, Saverdun, Termes. Ovunque i Perfetti affrontarono serenamente le fiamme, testimoniando la loro vittoria sulle miserie del mondo materiale.

Dopo la terribile e sfortunata battaglia di Muret, nella quale trovò la morte l'eroico Pietro II di Aragona, la potenza di Montfort raggiunse il suo apogeo. Nel 1215 Tolosa fu invasa dalle truppe dei Francesi e la popolazione promise obbedienza al suo nuovo signore.

Occorre dire qualcosa sulle differenze tra il feudalesimo della Linguadoca e quello delle terre del Settentrione. Per le genti occitane, il vincolo tra una popolazione e il suo signore era una Convenenza, cioè un patto stipulato da ogni singolo individuo nei confronti del potere che serviva. La natura reciproca della lealtà che questo rapporto comportava era indicata con il termine Parage. Invece per i Francesi il patto feudale era tra la comunità nel suo insieme e il signore, che non aveva quindi nessun obbligo nei confronti dei singoli individui e poteva pertanto comportarsi come uno schiavista. La più sanguinaria e iniqua di tutte le Crociate, l'unica che oppose cristiani ad altri cristiani, mise in risalto le insanabili differenze tra la cultura settentrionale e quella meridionale. E' stato più volte notato come non potesse esserci alcuna comprensione tra gli Occitani e i Francesi.

Il tiranno Montfort non poteva assolutamente capire cosa
l'obbedienza volontaria dei Tolosani potesse significare. Sospettava dovunque tradimenti e complotti. Così non tenne in minimo conto l'umanità dei suoi sottoposti, e iniziò a umiliarli, a spogliarli, a deportare i notabili e ad ucciderli. Questo provocò la reazione delle genti di Tolosa. Di fronte alla rapace crudeltà del feudatario normanno non poteva esistere parola di un qualche valore. Ogni vincolo fu così automaticamente considerato decaduto ed ebbe inizio l'insurrezione. Raimondo VI, l'antico signore della città, venne richiamato, e i crociati iniziarono subito l'assedio.

Riporto a questo punto la splendida e toccante narrazione della carissima Krak, che ringrazio di cuore per questo suo contributo:

Nell'estate del 1217, facendo rientrare Raimondo VI il Vecchio dalla Spagna, il Dio dei Buoni Spiriti vegliò sulla regione di Tolosa. Il nobiluomo venne accolto calorosamente dal Conte di Comminges, con il quale aveva già combattuto contro Montfort e da altri signori, tra cui il giovane conte Ruggero Bernardo di Foix e Aimerico di Castelnau.
Qualche mese dopo, nel settembre dello stesso anno, indomito conte, alla testa del suo esercito avanzò verso Tolosa. I cavalli nitrirono l'eco del loro galoppo si propagò nella valle. A La Servetat l'avanguardia si scontrò con un gruppo di sostenitori dell'orrido Montfort. Nel giro di pochi minuti si scatenò una gran mischia. Nei prati s'ingaggiarono feroci corpo a corpo. Da entrambe le parti si fendè, si fecero a pezzi i nemici e li si sgozzò. Alla fine ebbero la meglio gli uomini di Raimondo. Marciando a tappe serrate proseguirono il loro cammino. Approfittando dell'assenza di Montfort l'esercito del conte di Tolosa entrò in città. La popolazione ebbra di felicità corse ad accoglierlo urlando - "Fuori dalle mura, soldatacci del signor Ipocrita! (Montfort). Fuori, la sua brutta razza e la sua brutta genia! Ormai Dio ci ama e il nostro conte esiliato torna da noi. Gloria a lui! Gloria ai suoi cavalieri! Gloria ai prodi di Tolosa!"-. E ognuno, impugnando bastoni, coltelli, lance e pietre, andò per le strade, a braccare i francesi, che stanati vennero fatti a brandelli. Era da così tanto tempo che i tolosani aspettavano il momento di scuotere il giogo dell'uomo che aveva rubato il titolo a Raimondo VI. Avvertito da un messo fece rientro in città Guido, figlio dell'infame conte. Immediatamente gli squadroni si disposero in ordine di battaglia, suonarono le trombe, brillarono le spade _ "Il Conte di Foix si batte come un lupo... Giavellotti, mazze d'arme, spade dal filo tagliente, pietre frecce appuntite e quadrelli di balestre piovono come mortali chicchi di grandine... molti soldati crociati cadono nella polvere, la schiena spaccata le membra a pezzi..."-. Al calar della sera la battaglia era conclusa il nobile e valoroso conte Raimondo aveva vinto. I difensori radiosi trascinarono i loro prigionieri per le strade e li impiccarono con corte corde agli alberi.

Così appellerà la loro sconfitta Guido di Montfort (fratello di Simone)-"... i Tolosani non hanno forse un giorno chiesto grazia, l'avete dimenticato? Se mio fratello avesse avuto una qualche vera nobiltà e avesse loro aperto le braccia invece di fare il tiranno sanguinario, non saremmo a questo punto..."-.
 
Dopo aver cavalcato giorno e notte il messaggero partito dalla città giunse nella valle della Drome dove si trovava l'infame Montfort. Egli venne a conoscenza dell'eroico arrivo di Raimondo. Appresa la notizia l'ignobile conte fece radunare l'esercito e marciò verso la Linguadoca. Rivoleva la città ad ogni costo. Cavalcò giorno e notte senza sosta. A Baziége incontrò il cardinale legato Bertrando, uomo assai crudele -" ...da quando l'ha ripresa il suo antico signore, Tolosa si crogiola nei peccati dell'inferno. Schiacciatela senza pietà e farete cosa gradita a Dio. Prendetela saccheggiatela... uccidete senza quartiere, nel più profondo delle chiese, degli ospedali, dei luoghi sacri, uccidete, messer conte...non vi è alcun innocente in questa città, potete senza scrupolo insanguinare le vostre armi"-. Queste parole criminali del legato scateneranno il massacro. Sopra i bastioni, gli arcieri, al riparo di strette feritoie, prepararono le freccie, in basso le donne spingevano pesanti carriole cariche di pietre, sulle mura fluttuavano al vento gli stendardi dorati della casa di Tolosa e quelli vermigli di Comminges. I due eserciti si trovarono l'uno di fronte all'altro, a malapena separati dalle lizze e dai fossati che circondavano la città. Montfort e i suoi furono accolti da una pioggia di proiettili scagliati con l'ausilio di potenti petriere. Dritto in piedi sui bastioni, il conte Bernardo di Comminges reclamò una balestra, venne preparata, consegnata, la caricò con un appuntito dardo d'acciaio, mirò lentamente al cavaliere nemico che comandava l'attacco, che altri non è che Guido di Montfort, scoccò la freccia che trapassò il petto del soldato da parte a parte, nonostante l'usbergo. "...eccovi il benvenuto nella mia contea..."-. "Dappertutto non vi sono che armature e scudi spezzati, cavalieri con smorfie di dolore, fianchi squarciati, braccia e mani spezzate, gambe recise dal corpo, petti trafitti, elmi tutti ammaccati, carni a pezzi, tritate, teste che si perdono gli occhi, rivoli di sangue che zampillano da piaghe vive... Il campo è rosso e bianco di crani spaccati..."- L'ignobile Montfort finalmente scoprì l'amaro sapore della sconfitta. Nella sua tenda schiumò di rabbia.Convocò immediatamente un consigio di guerra...Tra i suoi fedelissimi parlò Alano di Roucy -"...l'arroganza, la superbia, la sete di potere hanno mutato gli angeli in serpenti...il desiderio di vendetta, il disprezzo che avete per la gente, il vostro orrore per il perdono e gli oscuri demoni all'opera nella vostra anima...Pare che il nostro Divino Padre che governa il mondo detesti fortemente la vostra malvagia idea di distruggere Tolosa e massacrarne la popolazione. Il signor cardinal ci vuole convincere a essere duri, feroci spietati. Combattete ci dice, senza curarvi della morte, vi prometto in Cielo assoluta beatitudine! Mille grazie, monsignore, di trattarci come santi. Ci volete in gloria? Ne siamo commossi: Ma siete troppo buono... Davvero troppo: tutti sanno che i beni dei defunti vi finiranno in tasca. E allora che Dio mi perda... se rischierò nuovamente il mio sangue per questa città"-. Per il siniscalco Gervasio, attaccare Tolosa che trabocca di valorosi, con un esercito di sciancati come quello di Montfort che aveva appena perso 160 uomini e lamentava altrettanti feriti era pura follia. Propose di chiudere tutte le vie d'accesso alla città e di costruire una nuova fortificazione. Sin dal giorno dopo ci fu grande attività al campo degli assedianti. Dopo mesi di lavoro, verso la fine del 1217, venne alla luce la "Nuova Tolosa". Conclusa l'"opera" i baroni francesi fremevano per una nuova incursione. All'alba di un freddo mattino di febbraio del 1218 i cavalieri di Montfort si prepararono ad agire. I soldati di guardia alla città dettero l'allarme. Cavalieri e soldati balzarono dal letto, afferrarono le armi e si precipitarono in strada. Ovunque risuonavano le trombe, si brandirono alti gli standardi della casa di Tolosa, il cui esercito guidato dal valoroso Bernardo di Comminges, uscì dalle porte della città. Monfort accompagnato dal figlio spronò i suoi alla carica.-"... I francesi cercano di protteggersi dal diluvio di spade, cadono nei fossati sotto i colpi massacranti, o scappano in un fuggifuggi generale, abbandonando i morti...la mischia si scioglie. Non v'era arto nè corpo che non sanguini o soffra, o zoppichi, o gema. Gli uomini di Tolosa ritornarono ai loro bastioni cantando allegramente vittoria..."-. Montfort incredulo rientrò al Castello Narbonese. Trascorsero i mesi e a poco a poco finì l'inverno. Nell'aprile 1218 mentre gli assedianti tenevano un consiglio di guerra, gli assediati si piazzarono davanti al campo dei "crociati". Vedendoli smisero di discutere e si spaventarono, tutti presero le armi e indossarono la corazza. In pochi istanti il suolo si ricoprì di brandelli di carne, teste che rotolavano sanguinanti e budella sparse.-" Le folle nemiche con gran fragore si mescolano...numerosi cavalieri giacciono a Montoulieu, sul periglioso prato dove l'erba è più rossa di sangue nuovo..."-. Gli scontri durarono per tre o quattro settimane. Giunsero dei nuovi rinforzi tra le fila dei "crociati". L'ultimo assalto era imminente. I Tolosani tennero un consiglio plenario per organizzare la difesa. All'alba il mostruoso Montfort fece svegliare i baroni, che si equipaggiarono e si dispiegarono nei campi circostanti. Suonarono i corni. I difensori dietro i merli, osservarono i francesi, divisero le loro forze in due compagnie uguali una comandata dal conte di Comminges che doveva proteggere le mura e le lizze di difesa l'altra sotto gli ordini di Ruggero Bernardo di Foix uscì dalla città e si appostò sugli argini della Garonna. Ben presto s'ingaggiò battaglia. Gli eroici difensori resistettero, scompaginando le fila nemiche, che si dettero alla fuga. Nelle settimane successive seguirono consigli di guerra da entrambe le parti.

Poi la mattina del giorno di san Giovanni Battista, il crudele Montfort si vestì da capo a piedi e s'apprestò a dare l'assalto. -" Comincia il grande assalto. Quando l'astro del giorno si leva al di sopra delle lontane montagne, si legge l'angoscia sui volti degli abitanti di Tolosa. Durante la notte, di ritorno dall'Aragona, era entrato con discrezione nella città, il giovane conte Raimondo VII. Una gioia immensa invase i tolosani vedendo in lui colui che abbatterà la belva feroce. Subito ingaggiò battaglia sulla sponda sinistra della Garonna incalzò, malmenò gettò in acqua molti francesi...alla fine i "crociati" malconci si ritirano per l'ennesima volta. Montfort riunì di nuovo i suoi baroni. L'indomani mattina all'alba risuonarono le trombe e le chiarine i suoi soldati spinsero la gatta col suo trabocco sotto le mura della città. Prontamente i difensori partirono al contrattacco bombardando la macchina da guerra. Un primo proiettile, fendè l'aria e si abbattè sul tetto di legno devastandolo. Il malefico conte diede l'ordine di ritirata ma era troppo tardi una seconda palla la distrusse completamente. Nel campo dei tolosani, Roberto di Salventine tirò le somme della giornata"... i pedoni sono stati sistemati sulla scacchiera e dobbiamo dare scaccomatto... sapremo presto chi regnerà domani sul trono tolosano... avanti compagni è la nostra ultima battaglia... e quando domani qualcuno dirà Tolosa, si odrà Onore..."-. Alla nuova alba gli assediati sono i primi ad alzarsi e adattivarsi. I balestrieri e gli arcieri corrono ai fossati e alle lizze. E' la battaglia finale.... I difensori escono da dietro le mura repentinamente le loro mazze, le loro lance e le spade vibrarono sull'elmo dei cattolici. -"... tenete ferme le armi...colpite ai garretti...morte al potere diabolico". La zuffa è generale, i baroni francesi uscirono dai loro ripari, precipitandosi a cavallo nella mischia. Mani, teste, braccia cadono nella polvere arrossata dal sangue vermiglio degli agonizzanti. Monfort si trovava al castello Narborese, uno scudiero andò a cercarlo"... la devozione vi rovina... piombate nel disastro: i tolosani massacrano i vostri baroni. Se dura questa carneficina per voi è la fine..."-. L'orrido conte impallidì. Arrivarono alcune centinaia di soldati ne prese la testa suonarono i corni e le trombe. Un arciere, appostato su un parapetto, scorse Guido di Montfort, tese l'arco e lo colpì al fianco sinistro. Il dardo trafisse la veste, conficcandosi nella carne, il sangue gli sgorgava copioso colandogli sulle braghe. Agonizzante si diresse verso il fratello. Nel frattempo alcune eroiche donne di Tolosa, che manovravano una petriera sul cammino di ronda, videro Montfort e tirarono in quella direzione - "La petra cadde direttamente dove occorreva; essa colpì il conte sull'elmo d'acciaio così forte che gli spezzò gli occhi, il cervello, i denti di sopra, la fronte e le mascelle; il conte cadde a terra molto insanguinato e livido"-.

Il mostro era morto... il Dio dei Buoni Spiriti aveva vegliato su Tolosa. Mi inchino con profondo rispetto agli eroici difensori di Tolosa e della Fede Catara. Saluti Krak

La morte di Simon de Montfort segnò la disorganizzazione dei crociati. Il comando della guerra passò a suo figlio Amaury, che non aveva il suo fanatismo e la sua determinazione. La Chiesa Catara a Tolosa mantenne la sua struttura ben salda, al punto che ancora nel 1226 il Vescovo Bernard de Lamothe riunì nel Concilio di Pieusse un centinaio di Perfetti ed istituì la diocesi di Razès.

Si può vedere da tutti questi eventi che il Catarismo non ha mai predicato l'accettazione passiva degli eventi, la rassegnazione e l'inattività, come molti detrattori ancora credono.

 I Buoni Uomini non incitavano mai alla violenza e alla guerra, ma al contempo è sempre stato dovere dei Credenti difendere la Chiesa di Dio dall'assalto delle forze del mondo, anche impugnando le armi e combattendo. In questo compito, molte vite sono brillate di una gloria che non conoscerà tramonto.

postato da: antares666 alle ore 22:38 | link | commenti
categorie: storia, genocidio, catarismo
lunedì, 05 maggio 2008

Uno sviluppo imprevisto

GLI SCIENZIATI CRISTIANI E IL RIFIUTO DELLE CURE MEDICHE

Tempo fa mi capitò di leggere un libro di Carl Sagan, il cui suggestivo titolo era "Il mondo infestato dai Demoni". Pur non condividendo l'approccio materialista del defunto autore, rimasi colpito da una sua narrazione in cui parlava di una setta americana poco conosciuta in Europa: gli Scienziati Cristiani. Si descriveva il costume di questi religiosi di rifiutare qualsiasi cura medica, anche a costo di provocare la morte del paziente. Questo atteggiamento è da loro considerato del tutto naturale, in quanto essi affermano ed insegnano che soltanto la preghiera ininterrotta non solo ha il potere di guarire le malattie, ma ne costituisce l'unica cura possibile. Si danno numerosi casi di malattie anche facili da trattare che sono state lasciate evolvere fino a provocare il decesso, l'unica assistenza ritenuta lecita essendo quella dei parenti e dei conoscenti perpetuamente oranti. Solo per fare alcuni esempi, diversi bambini sono morti di appendicite, altro a causa di una rottura della milza con conseguente emorragia. Un recente caso, di cui si ha notizia sui quotidiani, parla di una coppia che ha lasciato morire la propria bambina di acidosi diabetica. Una semplice iniezione di insulina sarebbe bastata a salvarla, ma tutto ciò che i genitori sapevano fare era inoltrare via e-mail a tutti gli amici richieste di preghiere straordinarie.

Di queste morti assurde ha fatto menzione Trotzky in alcuni suoi articoli, riportando fatti avvenuti in
Oregon e in Wisconsin. Penso che sia importante sapere che ogni episodio di questo genere non è soltanto frutto del generico riemergere di un oscurantismo religioso non etichettabile, o di cui - peggio - non importa neppure conoscere la natura. Dovunque sussista la caratteristica TIPICA del rifiuto delle cure e della preghiera terapeutica, si deve intravedere un nesso con gli Scienziati Cristiani.
 
Questo movimento religioso, i cui nomi più comuni sono Scienza Cristiana e Cristianesimo Scientista, è in apparenza una chiesa protestante non trinitaria. Per motivi facilmente comprensibili, è stata criticata da alcuni autori e classificata come una setta. Onde evitare confusioni, occorre precisare che Scienza Cristiana non ha nulla a che fare con la
Chiesa di Scientology fondata da Ron Hubbard, la cui natura è del tutto dissimile, e di cui avremo modo di occuparci in seguito.  

La nascita di Scienza Cristiana risale al 1879 e si deve a una donna di nome
Mary Baker Eddy, che ebbe sempre salute gracile e fu soggetta anche a manifestazioni isteriche. A un certo punto della sua tormentata vita, ebbe a suo dire un'illuminazione improvvisa in seguito a una frattura spinale che si era procurata scivolando sul ghiaccio. Fatto sta che la donna subito si convinse che la rapida e apparentemente inspiegabile guarigione della sua lesione non fosse dovuta alla scienza medica, ma bensì alle sue continue preghiere. 

A prima vista si tratta soltanto dell'ennesima stravaganza, nella ben nota tradizione dei soliti predicatori americani millenaristi e veterotestamentari. Se però si passa ad analizzarne in dettaglio la dottrina di Scienza Cristiana, si scopre che è del tutto insolita. Secondo me anzi, pur essendo tecnicamente parlando derivata da una forma di protestantesimo antitrinitario, mostra contenuti teologici del tutto innovativi e a difficilmente classificabili, come ora dimostrerò con chiarezza.

Il fondamento sta in queste affermazioni della Eddy:

“Il male non è che un’illusione e non ha base reale”;
“Se il peccato, la malattia e la morte fossero compresi come nullità, sparirebbero.”


In altre parole, resasi conto che la materia e il Male non possono essere stati creati da un Dio spirituale e infinitamente buono, ella giunse alla conclusione che la loro natura deve risiedere soltanto nella mente umana ed essere priva di qualsiasi corrispondenza con la realtà. Proseguendo, nella sua opera si afferma che la resurrezione di Cristo dimostra l'inesistenza sostanziale della morte. L'escatologia si basa sull'assunto che la consapevolezza della natura irreale del Male porterà la palingenesi dell'universo rendendo gli umani immortali e causando in modo automatico la Parusia. 
A quanto mi consta, sarebbe la sola Chiesa di matrice cristiana e monista che neghi la creazione dell'universo fisico da parte di Dio, e in questo la sua esistenza è del tutto eccezionale.

Dal mio punto di vista, Mary Baker Eddy non era lontana dalla verità nella sua intuizione profonda, ma giunse a conclusioni erronee negando l'esistenza di un principio cosmico malvagio e attribuendone gli effetti a una sorta di allucinazione. Se invece avesse compreso che non potendo essere le cose visibili create da Dio, devono essere opera di Satana, la storia sarebbe stata diversa: avremmo avuto nell'America del tardo XIX secolo una forma di genuino Neomanicheismo autogeno, non dovuto ad influenze culturali o a eredità del passato.