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Blogger: antares666
Sono un esiliato, un Cavaliere Errante. Vago per impervie pietraie, nelle terre che gli Orchi chiamano Lugburz. Lontano dalla mia Dea adorata, privato del sole del mio Amore, percorro le più tenebrose contrade, ormai avvezzo al sospiro degli spettri...

Il mio nome si compone di due parti: una ha la sua origine nell'universo del Dio Nascosto, l'altra in quello del Creatore Malvagio. E' un geroglifico di ciò che sono: un angelo di fuoco imprigionato in un corpo demoniaco.


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martedì, 27 novembre 2007

BREVE CONSIDERAZIONE SUL CANDIDO DI VOLTAIRE

Voltaire pubblicò il Candido nel 1759 con l’esplicita intenzione di criticare la teoria leibniziana del migliore dei mondi possibili. Nel romanzo assistiamo alle disavventure dell’ingenuo Candido che vaga per il mondo alla ricerca dell’amata Cunegonda. Finalmente, dopo tante peripezie, i due si ricongiungono e si sposano; peccato però che “sua moglie (di Candido), ogni giorno più brutta, divenne bisbetica ed insopportabile”. Uno dei personaggi meglio riusciti del romanzo è il manicheo Martino, che accompagna Candido per buona parte delle sue avventure e che si pone come contraltare di Pangloss, fiero sostenitore delle idee di Liebniz nonché precettore di Candido.

Sebbene il manicheismo non sia la religione di Voltaire colpisce il fatto che nel romanzo spesso e volentieri le considerazioni di Martino finiscono per dimostrarsi più fondate di quelle di Candido. Basti pensare alla scommessa tra i due circa la presunta (ma non vera) felicità di Pasquetta e Frate Garofalo o alla visita al nobile veneziano Pococurante, un uomo che non ha mai avuto dispiaceri ma che è annoiato di tutto.

E’ un caso che uno dei maggiori esponenti dell’illuminismo abbia voluto inserire proprio un manicheo nella propria opera di polemica antiliebniziana?

Forse anche per Voltaire la religione di Mani non è poi così lontana dai lumi della ragione.  

postato da: Albedo alle ore 23:24 | link | commenti (1)
categorie: filosofia, manicheismo

Percorsi dualisti dalla Francia all'Occitania

L'ESPANSIONE DEL CATARISMO IN LINGUADOCA

I libri che hanno maggior successo sono quelli che presentano la realtà in chiave romanzata, deformandola in modo tale da fornire spiegazioni semplici, comprensibili da tutti anche senza una preparazione specifica.

Questo può ben spiegare come mai così pochi sanno che il Catarismo è partito dalla Francia settentrionale e dalla Renania per espandersi nelle regioni meridionali in cui ebbe una straordinaria fioritura. Perseguitati ferocemente e con maggior efficacia, i Buoni Uomini del settentrione ci hanno lasciato scarsissime tracce sulla vita delle loro comunità. La loro storia è oscura, anche se a tratti illuminata da poche testimonianze eccezionali.

Ora passiamo ad analizzare la propagazione del movimento in Linguadoca, cercando di comprendere in dettaglio le cause della sua immensa fortuna nella seconda metà del XII secolo. Per fare questo, occorre innanzitutto considerare la situazione culturale, sociale, politica e religiosa vigente nelle regioni occitaniche in quell'epoca.
 
Andiamo indietro nel tempo. Le modalità della conquista della Gallia Narbonese furono diverse da quelle della Celtica e della Belgica. La Provincia e la Narbonensis Prima sono state romanizzate prima delle regioni sottomesse da Cesare, ed hanno mantenuto a lungo una cultura edonistica e una tradizione di tolleranza. Mentre a meridione le genti si radevano, vestivano con la toga ed andavano a teatro, in quella che sarebbe poi stata chiamata Normandia il costume dell'antropofagia non era ancora spento in epoca imperiale. Ovviamente le cose non sono così semplici, e sbaglia chi crede a un Nord evolutosi come entità celto-germanica e barbarica schierata in modo compatto contro un Sud civilizzato e romano. Anche nella Narbonese ci furono tarde sopravvivenze di idiomi preromani e di paganesimo autoctono: al di fuori delle città costiere vivevano popolazioni montanare molto legate alle tradizioni avite. Col passare dei secoli, il latino volgare si è sviluppato in modo molto diverso nelle due aree. Mentre a nord il sostrato era gallico e il superstrato franco, a sud il sostrato era celto-ligure con influssi iberici, e il superstrato gotico. Diverse circostanze storiche avevano portato le due terre a divergere in modo significativo.

Solo per fare alcuni esempi, la parola per indicare il cane era CHIENS in oil antico, e i suoi corrispondenti occitani erano CANS e GOS. CANS è dal latino CANIS, come l'oil CHIENS, ma GOS è un termine di origine iberica e senza alcuna etimologia indoeuropea.
Durante i secoli della decadenza dell'Impero Romano, si diffuse dai Pirenei fino alle Alpi il Manicheismo.
Ilario di Poitiers ci attesta questo, e fa riflettere anche il caso di Agostino, che prima della conversione all'ortodossia fu raccomandato al pagano Simmaco da influenti amici manichei. Sotto il dominio dei Goti il Manicheismo decadde come religione organizzata. Le sue ultime tracce documentabili sono del VI secolo, anche se sono molto probabili sopravvivenze più tarde. In ogni caso il lievito del dualismo non morì mai, e predispose le genti alle idee dei Fundaiti, e infine alle predicazioni dei missionari catari che giunsero tra loro nel XII secolo.

Non si conoscono i precisi percorsi tramite i quali questi Apostoli della Linguadoca giunsero direttamente dalla Champagne o piuttosto da qualche regione più vicina al territorio occitano. Non si sa se furono pochi esuli arrivati dopo lunghi viaggi, oppure se in molti si spostarono su distanze più modeste passandosi il testimone da un centro abitato all'altro. Una cosa non esclude necessariamente l'altra. Fatto sta che quando
Bernardo di Chiaravalle intraprese un viaggio a Tolosa e ad Albi nel 1145, vi trovò l'ortodossia della Chiesa di Roma in un profondo stato di decadenza. L'anno precedente alcune lettere scritte da Evervino di Steinfeld lo avevano allarmato, descrivendogli il diffondersi di una strana eresia egualitaria e pauperista. Erano proprio i dissidenti religiosi che andavano scoprendosi dovunque, ai quali il teologo Ecberto di Schönau aveva usato per primo il nome Catari. Il clamoroso insuccesso incontrato da Bernardo di Chiaravalle lo sconvolse, perché mai si sarebbe aspettato una simile situazione: si arrivò al punto che numerosi cavalieri fecero cozzare le spade contro gli scudi per impedire al suono delle sue parole di essere udito.

L'inquisitore Anselmo di Alessandria ancora una volta ci viene in aiuto con il suo Tractatus de Hereticis. A proposito dell'Occitania, egli scrive questo:

"Item Provinciales, qui sunt confines de Francia, audientes predicationem eorum et seductis ab illis de Francia, tantum multiplicati sunt qui fecerunt iiij episcopos, scilicet episcopum de Carcasona, et albigensem, et tholosanensem et angenensium."


Ovvero:
 
"Così i Provenzali, che confinano con la Francia, avendo ascoltato la loro predicazione e sedotti da quelli della Francia, si moltiplicarono a tal punto che crearono 4 vescovi, ovvero il vescolo di Carcassona, di Albi, di Tolosa e di Agen."

Per Provinciales qui si intendono le genti che abitavano tra il Rodano e i Pirenei, estendendo la definizione che propriamente parlando sarebbe da attribuirsi soltanto alla parte orientale dell'Occitania, quella tra le Alpi e il Rodano.

A favorire un simile radicamento della religione dei Buoni Uomini contribuì innanzitutto la mancanza di un'autorità religiosa centrale in Linguadoca: il clero locale era labilmente legato a Roma ed era molto debole, sia sul piano etico che su quello politico. I pochi grandi feudatari erano i Conti di Tolosa, i Conti di Foix e i Visconti Trencavel, alle cui dipendenze si trovava una miriade di vassalli e di valvassori. Questa situazione confusa era un'eredità del marasma che aveva disgregato l'Impero Carolingio per dare vita a una serie di comunità autonome, alcune delle quali erano poco più che monasteri autogestiti. Nel XII secolo, l'assenza di un sistema feudale sviluppato aveva favorito il proliferare di una piccola nobiltà rurale che concupiva le rendite ecclesiastiche. Questo aveva portato a un'ostilità endemica, a un attrito tra nobili e chierici.

La gestione delle proprietà feudali non era efficiente, e la giustizia amministrata da incompetenti siniscalchi si serviva di mercenari, i famigerati ribaldi. che spesso erano un mezzo peggiore dei mali che erano incaricati di combattere. Tali sgherri compivano mille abusi ai danni della collettività ed esercitavano un latrocinio legalizzato.

E' quindi comprensibile come il Catarismo si venne a trovare in un ambiente incredibilmente favorevole. Non aveva grandi esigenze materiali, in netto contrasto con la Chiesa di Roma. Non aveva bisogno di idoli, della lavorazione dei metalli preziosi, delle sfarzose vesti di porpora. Non aveva bisogno di marmi con cui erigere templi.  Poteva giovarsi del clima di generale tolleranza della popolazione e dell'anticlericalismo dei nobili. Anche l'agnosticismo edonista che si andava sviluppando nelle corti aiutava non poco i missionari a diffondere il Verbo.

Il Perfetto Cataro, a differenza del prete cattolico, non condannava le persone per il loro modo di vivere. L'unico obbligo per il credente era di ricevere il Consolamentum in punto di morte. Così era possibile per un libertino essere cataro. Anzi, i rapporti con molte donne e non fini alla procreazione erano ritenuti migliori del matrimonio, che comporta la santificazione del meretricio. La soppressione della sessualità non veniva imposta a chi non era stato consolato, né si accettava che una persona fosse costretta a una simile vita senza desiderarlo o fin da giovane. I vincoli familiari erano comunque molto forti nella tradizione occitana, e favorivano il mutuo sostegno: si può citare persino il caso di un vescovo cattolico che aveva un fratello che era un Perfetto.

Il Papato sentiva la continua necessità di intromettersi perché non aveva su tali regioni lo stesso potere indiscusso che aveva altrove. Constatava il lassismo degli ecclesiastici e l'incapacità dei poteri feudali. Il contrasto tra la Linguadoca e la Champagne è stridente, come si può vedere analizzando il caso della
comunità di Reims, dove la collaborazione tra potere ecclesiastico era totale. Nelle diocesi settentrionali i rapporti tra potere temporale e potere ecclesiastico erano di simbiosi: addirittura la nobiltà era così risoluta nel combattere l'eresia che spesso scavalcava i vescovi e applicava di sua iniziativa misure draconiane. Nel Mezzogiorno tutto ciò era inconcepibile, e un effetto diretto della mancanza di interesse verso la repressione dell'eresia fu la totale libertà di movimento dei Catari, che ebbero il tempo e la possibilità di organizzarsi in una Chiesa molto forte.

La superiorità morale dei Buoni Uomini rispetto agli ecclesiastici permise loro di ottenere grandi risultati nell'umanizzare le genti con cui venivano in contatto, e di questo abbiamo una testimonianza. In un sermone dall'arcivescovo di Pisa Federico Visconti, tenuto per commemorare l'opera di
Domenico di Guzman, si trovano inaspettate e preziose informazioni sull'argomento che stiamo trattando. Il porporato attinse infatti a una fonte di immenso valore, che altrimenti sarebbe andata perduta. Vi si dice che le regioni montane dell'Occitania erano infestate da felloni, ossia da banditi che mettevano a ferro e a fuoco le ricche cittadine costiere. Controllavano le valli e imponevano pesanti tributi ai mercanti di passaggio, che a causa loro disertavano la regione impedendo lo stabilirsi di proficui traffici. Da ciò possiamo trarre conclusioni interessanti.

Non era infrequente che i mercanti fossero presi in ostaggio e sottoposti a terribili abusi, anche sessuali. Secondo un'ipotesi, il termine fellone (in occitano FEL, plurale FELON, FELO) sarebbe infatti una traduzione del latino irrumator. I costumi di queste genti erano sfrenati come la loro aggressività: rapivano le donne che suscitavano i loro istinti e questo generava una spirale senza fine di vendette e di uccisioni. Dai dati in nostro possesso, si può immaginare che questo fosse il desolante scenario agli inizi del XII secolo, prima dell'apparire dei missionari Catari. I Buoni Uomini destarono l'ammirazione dei felloni, per il semplice fatto che non possedevano nulla. La loro santità fu rispettata al punto che divennero presto oggetto di venerazione. Nel giro di pochi anni, e persino l'arcivescovo pisano lascia trasparire la sua ammirazione, riuscirono a convertire intere vallate facendovi cessare le razzie. I mercanti poterono riprendere in loro viaggi e le loro attività senza eccessivi rischi, così i commerci tornarono a fiorire portando un grande flusso di ricchezza in tutta la Linguadoca. Possiamo credere che il Papato bramasse questa abbondanza, anche se le ragioni che lo indussero ad organizzare una tremenda guerra genocida furono dettate dai più viscerali tra i sentimenti: ODIO E TERRORE.

postato da: antares666 alle ore 20:31 | link | commenti
categorie: storia, catarismo
sabato, 24 novembre 2007

Le potenze maligne sono innumerevoli

IL DIO STRANIERO E I MOLTI ALTRI DÈI

Ora, se qualcuno scioccamente disprezzasse i validissimi argomenti qui sopra esposti, sia certo che dalla testimonianza delle sacre Scritture risulta chiaramente l'esistenza di un altro Dio e Signore e principe oltre al Signore Dio vero.
 
Dice infatti il Signore per bocca di Isaia: "Come mi avete abbandonato e avete servito un Dio straniero nella vostra terra, così servirete dèi stranieri in una terra non vostra" (Ger, 5, 19). E ancora: "Radunatevi e venite, e avvicinatevi insieme voi che siete stati salvati dalle nazioni: sono senza conoscenza coloro che innalzano lo stendardo del loro idolo e invocano un Dio che non salva" (Is, 45, 20). E ancora: "Signore Dio nostro, dei signori, fuori di te, ci hanno conquistato; soltanto in te ricordiamo il tuo nome" (Is, 26, 13). E Davide dice: "Ascolta, popolo mio, e testimonierò davanti a te, Israele. Se mi ascolterai, non vi sarà in te un Dio nuovo né adorerai un Dio straniero" (Sal, 80, 9-10).

E ancora: "Se abbiamo dimenticato il nome del nostro Dio e abbiamo teso le nostre mani verso un Dio straniero, Dio non indagherà forse queste cose?" (Sal, 43, 21-22). E ancora: "I principi dei popoli si sono riuniti con il Dio di Abramo, perché gli dèi forti della terra sono stati enormemente esaltati" (Sal, 46, 10). E ancora: "Tutti gli dèi delle genti sono demoni" (Sal, 95, 5). E Sofonia dice: "Il Signore sarà terribile sopra di loro, e annienterà tutti gli dèi della terra" (Sof, 2, 11). E Geremia: "Si è trovata una congiura fra gli uomini di Giuda e gli abitanti di Gerusalemme" "Essi dunque servirono dèi stranieri per seguirli" (Ger, 11, 9; 10). E ancora: "Perché i vostri padri mi abbandonarono e seguirono dei stranieri e li servirono e li adorarono, e abbandonarono me e non osservarono la mia legge. Ma voi avete agito peggio dei vostri padri; ecco infatti che ognuno di voi segue la perversità del suo cuore malvagio tanto da non ascoltarmi; vi caccerò da questa terra in una  in una terra che non conoscete, né voi né i vostri padri; là servirete giorno e notte dèi stranieri che non vi daranno riposo" (Ger, 16, 11-13).

E Malachia dice: "Giuda ha trasgredito, ed è stato comesso un abominio in Israele e in Gerusalemme, perché Giuda ha profanato la santità del Signore, che amava, e ha sposato la figlia di un Dio straniero" (Ml, 2, 11). E Michea: "Perché tutti i popoli cammineranno ciascuno in nome del suo Dio, noi invece cammineremo nel nome del Signore Dio nostro in eterno e oltre" (Mic, 4, 5). E l'Apostolo dice ai Corinzi nella seconda Lettera: "Anche se il nostro Vangelo è velato, è velato per coloro che periscono; per quegli infedeli ai quali il Dio di questo secolo accecò le menti, affinché non brilli la luce del Vangelo della gloria di Cristo, che è immagine di Dio" (2 Cor, 4, 3-4). Lo stesso Apostolo dice nella prima Lettera ai Corinzi: "Perché sebbene vi siano esseri chiamati dèi, sia in cielo che sulla terra - vi sono infatti molti dèi e molti signori -, tuttavia per noi vi è un solo Dio" (1 Cor, 8, 5-6). Anche Cristo dice nel Vangelo di Matteo: "Nessuno può servire Dio e Mammona" (Mt, 6, 24). E nel Vangelo di Giovanni dice ancora Gesù: "Viene infatti il principe di questo mondo, e non ha nulla a che fare con me" (Gv, 14, 30).

E ancora: "Ora è il giudizio del mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori" (Gv, 12, 31). E ancora: "Perché il principe di questo mondo è ormai giudicato" (Gv, 16, 11). E gli Apostoli hanno detto nei loro atti: "Perché le genti hanno tumultuato e i popoli hanno meditato cose folli? I re della terra si sono alzati e i principi si sono coalizzati contro il Signore e contro il suo Cristo. Infatti Erode e Ponzio Pilato si sono veramente coalizzati in questa città con le nazioni e con i popoli di Israele contro il tuo santo fanciullo Gesù, che tu hai unto" (At, 4, 25-27) ecc. 
 
Così appare chiaro che, nelle testimonianze delle sacre Scritture, si può trovare la prova dell'esistenza di molti dèi, signori e principi avversi al Signore vero Dio e al Figlio suo Gesù Cristo, come si è mostrato apertamente in precedenza.
 
Dal Libro dei Due Princìpi, testo cataro della Chiesa di Desenzano.
 
Questo libro, attribuito a Giovanni di Lugio (anche noto come Giovanni di Bergamo), ci permette di conoscere una teologia estremamente raffinata. Non esisteva un'unica autorità dogmatica corrispondente al Pontefice Romano, e ogni singolo vescovo era libero di elaborare una propria personale visione delle cose. Sorsero anche dispute dottrinali accanite, su particolari che un lettore moderno considererebbe astrusi e contorti. Vi è però un nucleo comune a tutti, che possiamo conoscere attraverso una vasta documentazioni, anche analizzando in dettaglio atti dell'Inquisizione.

Il quadro delineato è incompatibile con le falsità propagate da Dan Brown e da Baigent. Al giorno d'oggi i Buoni Uomini non avrebbero nulla da ridire in merito a Stargate, mentre condannerebbero senza appello il Codice da Vinci.

postato da: antares666 alle ore 20:58 | link | commenti
categorie: documenti, teologia, catarismo

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL MATRIMONIO

E' un peccato altrettanto grande, per una donna sposata, essere conosciuta carnalmente dal propro marito che da chiunque altro, lo stesso peccato chiunque sia l'uomo, suo marito o un prete. E' un peccato più grande, anzi, avere rapporti sessuali con un un marito, perché la moglie non è consapevole di peccare durante l'amore con il marito, ma certamente crede di stare peccando se ha rapporti con altri. Quindi il sesso nel matrimonio è un peccato più grave del sesso con un altro uomo.
 
Peire Clergue
 
I Clergue del Sabarthès continuano ancora la tradizione Catara, avendola ereditata dai loro Padri. Grazie a loro la Fede non ha mai cessato di essere praticata in segreto, e al giorno d'oggi in tale regione dell'Occitania le nascite sono crollate, l'empia produzione di feti vi sta cessando.

postato da: antares666 alle ore 14:36 | link | commenti
categorie: documenti, catarismo
martedì, 20 novembre 2007

Percorsi dualisti dall'Oriente alla Francia

L'ARATURA DEL CAMPO E LA SEMINA: UN'ANALISI DELLA DIFFUSIONE DEL CATARISMO IN OCCIDENTE

Le dinamiche che hanno portato il Catarismo ad emergere come struttura organizzata nel corso del XII secolo sono molto complesse e ancora oggi non del tutto chiarite nei dettagli. Nonostante le incertezze e le lacune di molte fonti, si possono fare con sicurezza alcune importanti considerazioni.

La tradizione storiografica dell'Inquisizione è di qualche aiuto. Il frate domenicano Anselmo di Alessandria, vissuto nel XIII secolo, ci tramanda una narrazione che non può essere trascurata. Con tutta probabilità si tratta di un resoconto ricavato dalle confessioni di prigionieri che pagarono il coraggio della loro coerenza con la vita.

Tutte le comunità di Catari davano un'estrema importanza alla loro storia, e la trasmettevano come potevano, di generazione in generazione. Nella maggior parte dei casi non ci è arrivato nulla, e conosciamo male non poche comunità. 

Così narra l'inquisitore Anselmo nel suo Tractatus de Hereticis:

"Alcuni greci di Costantinopoli si recarono come mercanti in Bulgaria, che dista tre giorni di viaggio; e al ritorno in patria, cresciuti in numero, insediarono un vescovo chiamato Vescovo dei Greci. Poi i Franchi andarono a Costantinopoli per conquistarla, e scoprirono questa setta; cresciuti in numero insediarono un vescovo, chiamato Vescovo dei Latini. In seguito alcuni mercanti della Slavonia andarono a Costantinopoli. Al ritorno in patria predicarono e insediarono un vescovo chiamato vescovo della Slavonia o di Bosnia. Più tardi i Franchi che erano andati a Costantinopoli tornarono in patria e predicarono, e cresciuti di numero, insediarono un vescovo in Francia".

Va subito precisato, perché il lettore non si faccia un'idea errata, che con il termine Francia non si indicava all'epoca la Linguadoca, ma unicamente il territorio in cui si parlava la lingua d'Oil. Così per Chiesa dei Latini fondata dai Franchi, definiti nel testo Francigene, si indicano le comunità dei Catari che vivevano nella Francia settentrionale. Centri importanti furono ad esempio Mont Aimé e La-Charité-sur-Loire.
 
Anselmo era privo di prospettiva storica, cosa purtroppo frequente nei cronisti medievali. Non è quindi facile dare una precisa collocazione temporale a questi eventi. In che epoca si svolsero? Per decenni gli studiosi hanno elucubrato in tutti i modi nel vano tentativo di trovare una connessione immediata tra la comparsa del Catarismo e una crociata. Si sono però resi conto che in nessun caso le date corrispondono a quelle delle testimonianze raccolte in Francia. Tra le proposte di datazione più assurde ce n'è sono stata una basata sulla Quarta Crociata. Ovviamente non è un controsenso anche solo prenderla in considerazione, dal momento che nel 1204 il Catarismo era ben stabilito dovunque. Si è cominciata ad intravedere una soluzione a questo problema soltanto quando si è abbandonato il dogma dell'importanza fondamentale delle Crociate nella formazione del Catarismo.

In realtà le rotte commerciali sono state di gran lunga più efficaci per la propagazione delle idee. Chi partecipava a una guerra spinto dallo zelo religioso e immerso in un clima di fanatismo,  difficilmente sarebbe stato predisposto ad accogliere un diverso modo di concepire l'universo e la divinità. Prova ne è il caso di Boemondo di Taranto e dei suoi cavalieri Normanni durante la Prima Crociata, che distrussero una cittadella dei Pauliciani considerandoli nemici al pari dei Musulmani. In tutto il testo di Anselmo di Alessandria non si fa in ogni caso alcuna menzione del fatto che i Franchi convertiti alle dottrine dualiste fossero crociati.

Nonostante alcune incoerenze circa l'origine più lontana dell'eresia (attribuita direttamente a Mani), la descrizione delle sue dinamiche di diffusione è chiara e concorda con quanto sappiamo integrando i dati a nostra disposizione. Le Chiese Catare sono una diretta filiazione delle Chiese Bogomile e Pauliciane di Bulgaria. Si deve così immaginare una prima corrente che portò i Fundaiti in Occidente nella seconda metà del X secolo, in modo da poter spiegare l'humus fertile da cui nella prima metà del XI secolo nacquero i Protocatari. Questi primi movimenti di origine bogomila diedero frutti notevoli e molteplici: basti pensare al contadino iconoclasta Leotardo, ai
Canonici di Orléans e alla comunità di Monforte d'Alba, che doveva essere già pienamente formata da almeno un ventennio prima della sua scoperta. Il loro manifestarsi in zone così lontane come la Champagne e le Langhe dimostra la correttezza di questa ipotesi.

Poi vi fu una seconda corrente con caratteristiche organizzative più sviluppate, dotata di una chiara gerarchia ecclesiastica. E' proprio di questa movimento culturale che l'inquisitore Anselmo ci parla. Lo stanziamento dei Bogomili Franchi (Francigene) deve essere collocato intorno agli inizi del XII secolo, così da poter spiegare la successiva comparsa di comunità in Renania e nella Champagne. Non siamo ancora in grado di distinguere a questo punto la componente formata dai Bogomili da quella formata dai Pauliciani, che pure dovettero essere rappresentati, vista la diffusione del nome Publicani che sappiamo essere stato applicato ai Catari di Reims.  

Fu di certo a Costantinopoli che avvenne la traduzione del rituale dal greco al latino, così come l'occidentalizzazione del Bogomilismo. Lì dovettero avere origine anche alcune differenze, diremmo noi di dettaglio: se i Theotokoi dei Bogomili erano astemi, i Perfetti Catari bevevano vino, anche se non nei giorni di digiuno. Se vogliamo fare un paragone che permetta di avere un'idea più immediata del complicato fenomeno, potremmo dire che prima ci fu l'aratura ad opera di vagabondi che dissodarono la terra e approfittando delle circostanze, quindi ci fu l'opera di semina ad opera di comunità già pienamente formate e legate da vincoli di apostolato.

Il movimento iniziò presto la sua diffusione verso il meridione, come mostra il caso dei Catari di Périgueux, una comunità descritta nel 1147 dal monaco Eriberto come insediata di recente. Nello stesso periodo Bernardo di Chiaravalle cercò di ottenere la conversione degli eterodossi nel territorio di Albi, coniando il termine Albigesi. Il motivo della migrazione dalle regioni del nord verso quelle di lingua occitana risiede di certo nella naturale tendenza all'espansione, oltre che alla necessità di sfuggire a feroci persecuzioni. Se in molte regioni i Catari trovarono condizioni poco favorevoli e rimasero sempre poco numerosi, il successo che ebbero in Linguadoca fu immenso. Le cause di questa subitanea affermazioni saranno analizzate approfonditamente in seguito. Senza entrare ora nel dettaglio, va anche notato come la stessa Chiesa di Lombardia fu una diretta filiazione della Chiesa di Francia.

Detto questo, devono essere smentite nel modo più assoluto tutte le falsità sostenute a proposito di un'origine meridionale del Catarismo. Di certo non nacque a Rennes-le-Chateau. Anzi, la diocesi del Razès venne istituita soltanto nel 1226, addirittura nel corso della crociata, segno che il centro non era così importante rispetto ad altri: Albi, Tolosa, Agen, Carcassonne. Si smentisce allo stesso modo l'idea dell'origine del Catarismo dal culto di Maria Maddalena e ogni sua connessione con i Merovingi.

postato da: antares666 alle ore 21:49 | link | commenti (1)
categorie: storia, catarismo, bogomilismo, protocatari
lunedì, 19 novembre 2007

DELLA SINDROME DI STOCCOLMA E DI ALTRE FORME DI OTTIMISMO

Esistono tre forme di ottimismo, mi riferisco all’ottimismo dell’uomo della strada, non riconducibile perciò a specifici sistemi filosofici.

La prima forma di ottimismo è quella di chi, buon per lui, vive in un perenne luna park esistenziale, fiducioso che il mondo sia un immenso parco divertimenti dove poter gridare “Carpe diem!”. E’ l’ottimismo della vita di corte, quello che ha portato Maria Antonietta a pronunciare le famose parole “Se non hanno pane che mangino brioches!”.  Versailles è caduta, nel frattempo nuove corti (in senso lato) sono sorte. Tuttavia non intendo soffermarmi su questo tipo di ottimismo, le cui cause sono da ricondursi esclusivamente al voler rinchiudersi nel proprio mondo dorato e su cui pertanto non vi è molto da dire.

La seconda forma di ottimismo è quella di chi dice “Sì, il mondo non è un paradiso ma ci sono anche gli aspetti positivi, in fondo la vita è fatta di cose belle e di cose brutte e proprio perché viviamo dobbiamo sperimentarle entrambe”. Per spiegare questo tipo di approccio mentale vorrei citare un episodio storico. Tra il 25 ed il 28 agosto 1973 due rapinatori tennero in ostaggio 4 impiegati all’interno del caveau di una banca Stoccolma. Il risultato di quel particolare sequestro fu che le vittime arrivarono a temere più la polizia che i rapinatori e una delle vittime sviluppò un forte legame sentimentale con uno dei rapitori. Dopo il rilascio venne chiesta dai sequestrati la clemenza per i rapitori ed alcuni sequestrati testimoniarono in loro favore. Cosa sia tale sindrome e come si manifesti viene spiegato nel documento intitolato “La Sindrome di Stoccolma” consultabile sul sito internet dell’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica. In esso si legge che tale sindrome deriva dallo stato di totale dipendenza che si forma tra rapito e rapitori nonché da meccanismi di difesa posti in essere dall’Io del rapito per sopportare una realtà divenuta angosciosa. Il rapito arriva a regredire a livello di un infante, costretto per la propria sopravvivenza a dover dipendere completamente dal proprio sequestratore. Se quest’ultimo non si dimostra feroce, non tenta di ucciderlo e soddisfa i bisogni primari dell’ostaggio, allora, con il passare del tempo, si manifesta un curioso rapporto di gratitudine dell’ostaggio nei confronti del rapitore, che viene visto come colui che è in grado di garantire la sopravvivenza.

La seconda forma di ottimismo che ho citato è una vera e propria Sindrome di Stoccolma verso il Funesto Demiurgo.

Sapientemente egli distilla gocce di piacere in un mare di sofferenza e poi concede cucchiaini di tali gocce affinché qualcuno possa dire”Beh tutto sommato non è poi così male”. Come l’ostaggio, percependo che il proprio sequestratore ha il totale dominio su di lui, finirà per sottomettersi  psicologicamente, allo stesso modo l’ottimista si sottomette a una divinità che può essere terribile ma che sembra non volerci uccidere in massa: egli è grato all’Aguzzino Cosmico per quelle soddisfazioni che tanto “generosamente” concede agli esseri senzienti. Così come gli individui affetti da Sindrome di Stoccolma finiscono per sviluppare avversione per le forze dell’ordine, e temono un intervento della polizia perché tale intervento minerebbe la pseudo-sicurezza fornita dall’illusione che in fondo chi li sta sequestrando non vuole ucciderli, parimenti i portatori di tale forma di ottimismo temono ogni forma di pessimismo religioso o filosofico, perchè non vogliono essere disturbati nel loro equilibro quotidiano su cui hanno costruito un’intera esistenza. Così come le vittime della sindrome di Stoccolma fanno fatica a salire sul banco dei testimoni quando devono accusare i loro sequestratori, parimenti chi ha questa sorta di ottimismo rifugge da ogni razionale analisi del cosmo e della vita umana, accusando di disfattismo, pessimismo e nichilismo chi vuole portare il Funesto Demiurgo sul banco degli imputati. La psiche umana si appiattisce su un'unica esigenza: sopravvivere nella maniera meno angosciosa, anche a costo di creare una propria falsificata rappresentazione della realtà.

La terza forma di ottimismo è quella di chi dice “Certo questo non è il migliore dei mondi, ma ho fiducia nel  futuro, se ci impegniamo i nostri figli vivranno in un mondo migliore” . A questa forma di pensiero non posso far altro che rispondere citando testualmente le lucide parole di Giuseppe Rensi:”Quindi la solita affermazione che nulla importa la sofferenza degli individui purché il progresso ci sia. Quindi l’ancor più comune tentativo di trovare un senso del mondo nel compito di lavorare a fare i figli migliori di noi, cioè di lavorare per la generazione ventura, pensiero questo che colloca il senso del mondo nell’assurdo che la generazione A  vale per la successiva B, ma questa a sua volta non vale per sé bensì per la successiva C e questa solo per l’ancor successiva D, senza che in nessuna risieda quel valore per  sé stante, conclusivo e finale che solo darebbe qualche carattere di ragionevolezza e appagamento a tale concezione”. (Giuseppe Rensi, La Filosofia dell’Assurdo, cap. V, Adelphi,  1991).

Insomma, per dirla ancora come Rensi: quando l’oggi ha significato solo per il domani, il presente, che è l’unica realtà vitale, non ha mai nessun significato.

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categorie: manicheismo, dualismo, oltretomba
sabato, 17 novembre 2007

mare con luce1Invocazione all’Altro Dio

Sconosciuto e Forestiero

 

O Immenso Dio della Verità e dello Splendore, Tu che vivi lontano e  irraggiungibile nei più alti cieli dell’intelletto e dello spirito puro della santità, perdona la nostra ignoranza e la nostra pigrizia mentale.

 

Noi uomini ci siamo macchiati del peccato più grande che si possa immaginare, abbiamo nascosto e tenuto segreto il tuo nome, abbiamo invocato e pregato un altro Dio, il Creatore di questo mondo pieno di male e di morte, ma la tua esistenza non può restare per sempre nell’ombra, è venuto il momento di rivelare la tua maestà immacolata, è venuto il tempo di dichiarare ai quattro venti che tu sei il vero Dio a cui rivolgere le nostre preghiere, se vogliamo entrare nella tua santa dimora, se vogliamo scrollarci di dosso tutto il lordume di questa esistenza malefica, se vogliamo evadere dalla prigione di un mondo lugubre e intriso di sofferenze e ingiustizie, se vogliamo sottrarci alle lusinghe di una vita apparentemente felice e gioiosa che ci illude solo per propinarci all’improvviso il piatto amaro e devastante della morte.

 

O Dio Sconosciuto e Forestiero, tu che ci guardi da lontano camminare su questo pianeta di fango, tu che non dormi al pensiero di come conduciamo questa nostra vuota e inutile esistenza, tu che piangi di continuo non riuscendo nello scopo di farti conoscere, fà che gli uomini abbiano almeno il coraggio di proclamare la tua esistenza, fà che il tuo nome venga pronunciato senza alcuna paura, fà che ti si costruisca almeno nella nostra coscienza un altare in cui innalzare a te le nostre lamentazioni per una vita insignificante e piena di insidie.

 

O Sommo Dio Straniero, tu che non ricevi preghiere e suppliche da nessuno perché gli uomini invocano un altro Dio, mostrati con potenza al genere umano, sconvolgi con la tua abbagliante luminosità spirituale quanti giacciono nelle tenebre eterne, sostituisciti a questo Dio in cui abbiamo creduto per venti secoli, perché così non può andare, perché la nostra esistenza e la nostra credenza in questo Creatore non ci ha portato alcunché di buono, perché nonostante le nostre lamentazioni e la nostra fede, questo Artefice della Natura se ne infischia altamente dei dolori dell’uomo e prosegue indisturbato nella sua opera di distruzione e morte.

 

O Dio indenne da qualsiasi atto creativo che non sia solo spirito invisibile e intangibile, fà che al più presto il genere umano possa costruirti una Chiesa, la vera Chiesa della Santità, e che al posto del Dio che conosciamo possa essere adorato solo tu, l’unico vero Dio e l’unica salvezza della nostra anima e del nostro spirito precipitati in questo teatro dell’orrore che è la vita.

 

Maestoso Dio della Giustizia, il mondo non ti ha conosciuto, ma il tuo messaggero, Gesù il Cristo, ha fatto di tutto per farci comprendere la tua solitudine di Padre Celeste abbandonato e misconosciuto. Egli si è fatto crocifiggere per dimostrare col suo sacrificio che tu esisti e che non disdegni di mostrarti di tanto in tanto nella storia attraverso i tuoi santi ambasciatori per indicarci il cammino da seguire per uscire da questo carcere senza porte né finestre.

 

O Grandissimo Simbolo Vivente di Purezza Infinita, il mondo ti odia perché non fai parte del mondo né l’hai creato, ma tu non demordere, continua nella tua opera di indottrinazione delle folle innocenti e ignare della tua presenza, perché solo così ci possiamo salvare, solo così possiamo legarci a te nei secoli dei secoli, perché solo così il nostro spirito, una volta trapassato nella morte, potrà raggiungere la tua inaccessibile dimora.

 

O Dio della Misericordia, salvaci dalle grinfie di questa vita spietata, contrasta con tenacia il Creatore Malefico dell’Universo, liberaci per sempre dal male, dalle tentazioni, dalle paure, dalle sofferenze, dalla guerra, dalle carestie, dalla fame, dalle ingiustizie, dai soprusi, dall’invidia e dall’odio, salvaci in sostanza da tutte queste manifestazioni blasfeme di una natura non voluta da te sebbene dall’artefice maligno dell’esistenza.

 

Saluti

Vipom

postato da: vipom alle ore 23:23 | link | commenti
categorie: invocazioni, gnosticismo, catarismo
venerdì, 16 novembre 2007

Alle radici di un'oscurità secolare

IL TAGLIO DELL'OLMO: UN ENIGMA TUTTORA IRRISOLTO

Normandia, 1188. Qualcosa di inaspettato avvenne nel borgo di Gisors, sperduto in monotone campagne e apparentemente del tutto privo di interesse per un moderno. Un albero venne abbattuto. Può sembrare che fin qui non ci sia nulla di strano. Eppure quel luogo era famoso proprio perché vi sorgeva questo albero, un esemplare monumentale, plurisecolare di olmo.

Occorre a questo punto fare qualche cenno sulla religione dei Celti e sull'importanza che dava al culto degli alberi. Il Cristianesimo aveva molto faticato a penetrare nelle regioni rurali delle Gallie, al punto che ancora Carlo Magno emanò editti per proibire i sacrifici alle fonti e agli alberi. In particolare era sentito il culto dell'olmo, di cui perduravano ancora in epoca recente residui anche nella provincia di Cuneo: i contratti venivano spesso stipulati sotto tale albero. L'olmo di Gisors era così antico da essere già venerato in epoca precristiana. Aveva visto i secoli scorrere, udito diverse lingue, visto gli Dei cambiare. Quando era ancora un tenero arboscello, la gente parlava gallico. Erano arrivati i Romani.

Poco a poco il latino cominiciò a essere parlato nelle città, e fece in tempo a trasformarsi in volgare, finché giunse anche nelle campagne, dove sostituì gli ultimi residui del tardo gallico. I Druidi erano ormai da tempo spariti nelle selve e si erano estinti in silenzio, l'Impero era decaduto, erano arrivati i Franchi. Eppure l'olmo era un elemento di continuità, qualcosa che resisteva ai flussi e ai riflussi della storia.

Ancora nel tardo XII poteva sopravvivere un uso cultuale dell'Olmo di Gisors, poiché spesso dietro parvenze cristiane le popolazioni rurali conservavano forme distorte di riti e di credenze dell'antico paganesimo. Fatto sta che senza dubbio il luogo continuava ad essere usato come luogo di adunanza per regnanti e personaggi importanti della nobiltà francese e inglese: era una sorta di territorio neutrale in cui stabilire alleanze o tregua delle ostilità. Qualcuno potrà a questo punto pensare che si trattasse della punizione di perduranti culti pagani. In fondo la Storia pullula di episodi simili. Chi non ricorda l'Irminsul o il Noce di Benevento? Dall'analisi dei pochi dati disponibili risulta invece che le cose non sono così semplici, e che questo episodio risulta al centro di una matassa intricatissima di complotti internazionali.

Colpisce subito l'insostanzialità dei documenti. Esistono versioni diverse, riportate da cronisti medievali. Enrico II d'Inghilterra si sarebbe incontrato lì con Filippo II di Francia (già noto per aver perseguitato aspramente i Catari di Reims). Gerusalemme era appena caduta nelle mani degli eserciti del Saladino, e gli animi erano tesi in tutta la Cristianità: l'anno seguente sarebbe iniziata la III Crociata. Non si capisce in ogni caso cosa abbia spinto i due sovrani con il loro seguito ad incontrarsi proprio a Gisors. Sembra in ogni caso che non sia stato possibile raggiungere un accordo, così alla fine dell'incontro l'albero fu abbattuto. I resoconti che ho potuto reperire non erano disponibili in italiano, così li ho tradotti dall'inglese.
 
Questo è il primo, molto stringato, riportato dal professore di storia Bradford Smith, dell'università di Oglethorp:

"A Gisors, Enrico II e i suoi consiglieri sedettero sotto un albero di olmo, mentre Filippo e il suo seguito soffrivano sotto il solleone. Dopo l'incontro, Filippo ordinò che l'albero fosse abbattuto e ridotto in pezzi, dando il messaggio che non avrebbe dato quartiere agli Inglesi."

Con il secondo resoconto inizia la confusione. E' un racconto del tutto diverso e più articolato, risalente al 1260 circa. E' riportato nell'opera di un autore noto come il Menestrello di Reims, e concorda col primo soltanto nel triste fato dell'albero:

"Re Riccardo inviò un messaggio ai conti di Sancerre e di Barre, dicendo loro che avevano preso il pane del Re e non avevano dato a lui nulla in cambio, ma se essi fossero stati abbastanza coraggiori da venire fino all'Olmo di Gisors, li avrebbe ritenuti veramente valenti. I nobili francesi gli inviarono un messaggio dicendo che sarebbero venuti il giorno dopo, all'ora terza, per abbattere l'albero, malgrado lui. Quando il sovrano inglese udì che essi stavano per venire a tagliare l'albero, egli ne fece rinforzare il tronco con fasce di ferro, che furono avvolte per cinque volte intorno al legno. Il mattino dopo, i nobili francesi si armarono e riunirono cinque squadroni dei loro uomini, e uno di questi era guidato dallo stesso Conte di Sancerre, un altro dal Conte di Chartres, il terzo dal Conte di Vendome, il quarto dal Conte di Nevers, il quinto dal Sire Guglielmo di Barre e dal Sire Alain di Roucy. Essi cavalcarono fino all'Olmo di Gisors, con i balestrieri ed i carpentieri davanti, ed avevano nelle loro mani asce acuminate e buoni martelli appuntiti, con cui tagliare le fasce metalliche che erano state strette intorno all'albero. Si fermarono davanti all'olmo, divelsero le fasce e lo abbatterono, a dispetto di ogni resistenza."

A quale delle due narrazioni dobbiamo dare credito? Salta anche agli occhi un'incongruenza. Nella prima versione si parla di Enrico II, nella seconda di suo figlio Riccardo Cuor di Leone, che nel 1188 non era ancora stato incoronato re. Sembra che già nel XIII secolo le cose fossero poco chiare.

Fatte queste premesse, tutto è impenetrabile mistero. Chiunque se ne può rendere conto navigando nella Rete: si trovano soltanto pagine piene di assurdità e di ipotesi del tutto fantasiose, che sembrano create a bella posta per gettare il lettore nella confusione. Depistaggio. Nella maggior parte dei casi il Taglio dell'Olmo viene associato ai Templari, anche se di questo non esiste la benché minima prova. La versione più diffusa spiega come tale evento abbia sancito simbolicamente la scissione dei Templari dal
Priorato di Sion. Il punto è che l'esistenza di questo Priorato di Sion non poggia su alcunché di concreto e di credibile. Si tratta della fumosa invenzione di un certo Pierre Plantard, oscuro disegnatore francese che lo fondò come società segreta nel 1956, dandosi subito da fare per fornirgli una giustificazione tramite documenti falsi e fonti inventate. Il Priorato di Sion è diventato parte dell'immaginario collettivo a causa del Codice da Vinci di Dan Brown, un libro di pseudostoria fuorviante che in troppi credono realtà. Se la Chiesa di Roma ha condannato il Codice per questioni strettamente dottrinali, reputo che il danno fatto dalla sua diffusione sia incommensurabile e che riguardi tutti: è in gioco la possibilità di conoscere la verità. Moltissimi argomenti ci sono quasi preclusi per carenza di materiale e di attestazione. Qui invece assistiamo a qualcosa di eccezionale e prodigioso: la sovrabbondanza infinita di informazione spazzatura.

C'è da porsi un'inquietante domanda: chi sta dietro queste manipolazioni? CUI PRODEST?

postato da: antares666 alle ore 07:13 | link | commenti
categorie: storia, misteri, templari
lunedì, 12 novembre 2007

Veterotestamentarismo in Lombardia

I PASSAGINI: UNA MISTERIOSA SETTA GIUDEO-CRISTIANA DEL XIII SECOLO

Nei primi secoli dell'Era Volgare, erano diffuse e numerose le comunità che pur accettando Cristo mantenevano al contempo un'osservanza più o meno stretta della Legge di Mosè. Non si limitavano cioè a credere nei Vangeli, ma praticavano le complesse prescrizioni del Deuteronomio e del Levitico, tra le quali ad esempio la circoncisione, il divieto di mangiare carne di mammiferi non ruminanti e con l'unghia non bipartita, la proibizione di assimilare sangue e di toccare donne mestruate o incinte, l'obbligo di sotterrare gli escrementi. Questi gruppi erano all'inizio molto consistenti, e si rifacevano agli insegnamenti di Pietro e di Giacomo il Minore.

Vedevano invece Paolo di Tarso come un demonio, perché aveva abolito e avversato in tutti i modi gli obblighi della Legge Mosaica. Alcuni lo accusavano di aver impedito l'accettazione del Cristianesimo da parte di tutti gli Ebrei. Altri affermavano che la Legge era stata consegnata agli uomini dagli Angeli, che i Gentili l'avevano dimenticata e che era loro compito conservarla e trasmetterla: per questo si davano il nome di Angelici. Si noti che questi Giudeo-Cristiani non erano necessariamente Ebrei.
 
Presto cominciarono a manifestarsi tra di loro contenuti dottrinali eterodossi, e si svilupparono sette come gli Ebioniti, i Nicolaiti, gli Elcasaiti e i Nazarei. Le ultime tracce documentate si perdono verso il IV secolo in Iberia, ma non dobbiamo pensare che questa corrente di pensiero cristiano sia mai veramente morta. L'universalismo di Paolo era stato una mossa molto abile, che aveva permesso alla Chiesa di estendersi su una moltitudine di genti, mentre l'osservanza minuziosa delle prescrizioni di Mosè avrebbe reso il Cristianesimo poco attraente.
 
Dopo molti secoli, la Chiesa di Roma era diventata una terribile potenza temporale, e giunta al suo apogeo cominciava a dare i primi segni di corruzione. All'alba del secolo XIII molti movimenti si opponevano al clero romano e avevano messo profonde radici. E' a questo punto che si è riscontrata nuovamente traccia di qualcosa di simile ai Giudeo-Cristiani. Non si riesce a tutt'oggi a capire l'origine di questo controverso movimento, a seguire i percorsi che hanno portato alla sua formazione.
 
Nella Summa contra haereticos del teologo Prepositano di Cremona troviamo menzione di una misteriosa setta diffusa in Italia settentrionale: i Passagini. Tutto ciò che sappiamo di loro per diretta testimonianaza lo dobbiamo al lavoro di questo chierico cremonese, ed è molto significativo. Essi avevano ricevuto il loro nome dall'osservanza della Pasqua ebraica (Pesach), in cui celebravano il Passaggio di Dio in forma di un vento mortifero che uccise tutti i primogeniti degli Egiziani, inclusi quelli dei loro animali, salvando invece gli Ebrei (Es 12, 11). Si ricorda che il metodo per il calcolo della Pasqua usato dalla Chiesa di Roma è differente da quello ebraico: i Passagini seguivano quest'ultimo. Erano considerati Cristiani dall'eresiologo Ilarino di Milano, e definiti come credenti che cercavano mezzi di salvezza dell'anima nell'osservanza delle leggi dell'Antico Testamento, ritenendo insufficienti allo scopo i rituali della Chiesa di Roma. Si sa che praticavano la circoncisione, che mangiavano unicamente le carni di animali permessi dalle prescrizioni mosaiche e che non assimilavano sangue. Allo stesso modo osservavano come giorno festivo il Sabato e pretendevano di applicare anche le severissime norme penali veterotestamentarie, ad esempio lapidando le adultere.

Quello che la Chiesa Romana non poteva tollerare era però la loro cristologia. Non era docetista come quella dei Catari, ma concordava nell'essere subordinazionalista. In altre parole, i Passagini credevano che Gesù patì nella carne, e che fosse al contempo una creatura di Dio e quindi naturalmente non consustanziale con il Padre.

Tendenze simili sono state notate anche nei Giudaizzanti dei tempi antichi. Le informazioni sulla setta sono così scarse che non possiamo menzionare neppure il nome di un suo capo. Non siamo a conoscenza neppure di un singolo atto inquisitoriale che contenga l'eresia dei Passagini come capo di imputazione contro una persona. Da questo si potrebbe pensare che le persecuzioni contro di loro furono blande.
 
Questi Giudeo-Cristiani medievali compaiono in un documento importante che permette anche di fare qualche supposizione dei loro rapporti con i Catari. Si tratta della famosa costituzione Ad abolendam diversarum haeresium pravitatem, promulgata dal Papa Lucio III nel 1184 come strumento per aiutare i vescovi cattolici nella lotta contre le eterodossie. La frase che ci interessa è la seguente:

"Decretiamo dunque che siano colpiti da anatema perpetuo innanzi tutto i Catari e i Patarini e coloro che, con falso nome, affermano mentendo di essere Umiliati o Poveri di Lione, Passagini, Giuseppini, Arnaldisti".

Il termine Patarini era all'epoca un sinonimo di Catari molto diffuso in Lombardia e altrove: persino nelle terre balcaniche i Bogomili erano noti come Patareni. Si deduce che vi erano anche Catari che trovavano conveniente nascondere la fede da loro professata facendosi passare per eretici di diverso tipo. Di questi, è possibile che alcuni si fingessero Passagini.
 
Tutti i Buoni Uomini rifiutavano la circoncisione come opera del Creatore Malvagio, consideravano Mosè un diavolo e la sua legge vanità, ma non è affatto escluso che ci fossero Credenti che si erano convertiti essendo stati in precedenza Passagini. Anzi, si possono cogliere precisi indizi di ciò. Il dogma 29 della della Chiesa Catara di Bagnolo San Vito dice: Mosè fu malvagio. Altrettanto esplicito è il dogma 30: La salvezza non ci fu nè c’è, in nessun modo, attraverso la legge di Mosè. Si segnala in questo contesto anche il dogma 33 : il Dio Buono non diede la circoncisione. Certamente queste possono essere viste come mere affermazioni teologiche, ma se sono state incluse nella lista dei dogmi un motivo preciso doveva esistere. Con ogni probabilità nelle diocesi dipendenti da Bagnolo (ad esempio le attuali province di Mantova, Cremona e l'intera Emilia) vi erano nutriti nuclei di Passagini che si erano associati ai Catari. Era quindi sentito necessario impedire che le leggi veterotestamentarie fosse continuate tra questi Credenti. 
 
In seguito alla costituzione di Lucio III si trova una menzione dei Passagini in uno statuto dell'Imperatore Federico II di Svevia, che godette di una fama del tutto immeritata di essere uomo di ampie vedute. In fatto di eresia era abbastanza intransigente, e con questo documento del 1220 sanciva la persecuzione di tutti i dissidenti religiosi. A partire da quella data non se ne sente parlare più, al punto che l'inquisitore Raniero Sacconi li dà per estinti. E' possibile che alcuni gruppi superstiti si siano persi tra i Valdesi.

postato da: antares666 alle ore 20:56 | link | commenti (2)
categorie: cristianesimo antico, altre eterodossie
domenica, 11 novembre 2007

Innocenzo IIIInnocenzo III: l’assurdità

storica di un Papa “cataro”

che sopprime i catari

 

Possono sembrare davvero assurdi sia il titolo e sia le argomentazioni che mi accingo ad esporre ai lettori di questo blog, ma ho scoperto che il Cardinale Lotario di Segni poi divenuto Papa nel 1198 col nome di Innocenzo III, il Pontefice che è passato alla storia come lo sterminatore dei Catari, colui che allestì nel 1209 addirittura una “crociata” in piena regola contro questi presunti “eretici”, praticamente l’unica vera crociata combattuta in Europa (e questo testimonia dell’assoluta rarità e pericolosità dell’eresia agli occhi della Chiesa), quest’uomo in sostanza si è reso protagonista della stesura e pubblicazione di alcune opere di cui una la più incredibile e quasi inconcepibile per un cardinale poi salito al soglio pontificio, il De contemptu mundi, sive de miseria conditionis humanae, un’opera nella quale persino il grande inquisitore catalano Nicola Emmerich scorse delle strane assonanze con il catarismo, allorché, mostratogli il testo da un prelato ed esaminatolo al lume di candela, vi scorse diverse aporie ed imprecisioni teologali che gli fecero venire non pochi dubbi sull’autenticità della fede del suo famosissimo estensore, colui che a quei tempi assunse, insieme al contemporaneo Imperatore Federico II, addirittura il titolo di “stupor mundi” per l’enorme e quasi implacabile determinazione di potenza con la quale governò la Chiesa e il mondo da essa dipendente.