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Blogger: antares666
Sono un esiliato, un Cavaliere Errante. Vago per impervie pietraie, nelle terre che gli Orchi chiamano Lugburz. Lontano dalla mia Dea adorata, privato del sole del mio Amore, percorro le più tenebrose contrade, ormai avvezzo al sospiro degli spettri...

Il mio nome si compone di due parti: una ha la sua origine nell'universo del Dio Nascosto, l'altra in quello del Creatore Malvagio. E' un geroglifico di ciò che sono: un angelo di fuoco imprigionato in un corpo demoniaco.


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sabato, 29 settembre 2007

Mai dimenticare

CORRADO DI MARBURGO, IL PIU' FEROCE TRA I FEROCI

Introduco ora la figura di un inquisitore crudelissimo quanto poco conosciuto al pubblico, forse perché nessun Umberto Eco ha mai scritto un libro dipingendolo con le fosche tinte che merita. Il suo nome è Corrado di Marburgo. Visse nella Germania del XIII secolo, e fu confessore di Santa Elisabetta di Turingia. Ebbe titolo di Inquisitore Papale, e fu noto ai suoi contemporanei con i titolo di Magister. Non è certo in quale prestigiosa sede concluse i suoi studi universitari in teologia, se a Parigi o a Bologna, ma di certo fu insignito della laurea. Non apparteneva all'ordine dei Domenicani e neppure a quello dei Francescani: da quanto sappiamo di lui era con ogni probabilità un semplice prete secolare, a dispetto di quanto affermato su dubbie basi da studiosi come Henke e Hausrath. Le fonti dell'epoca, ovviamente di parte cattolica, concordano tutte nel descriverlo come uomo integerrimo, di morale ascetica e incorruttibile, e dotato di vasta erudizione teologica.

Fu uno dei sostenitori più accaniti della nefasta crociata contro gli Albigesi bandita dal papa Innocenzo III: in quel periodo la sua attività di veemente predicatore non conobbe sosta. Incitava al massacro degli eretici, giustificando e addirittura santificando ogni atrocità. Quando Innocenzo III morì, ci fu un generale rilassamento tra chi portava avanti la crociata genocida, al punto che gli eventi si avviavano verso la tregua. Solo una voce non perdeva il suo ardore assassino: quella di Corrado. Insignito di incarichi pontifici in sempre maggior numero, gli fu dato il potere di interferire nella gestione degli affari di diversi Prinicipi Elettori del Sacro Romano Impero, tra cui il Duca di Sassonia e il Conte di Askanien. A seguito di aspre lotte e di corruttela, il suo potere sui monasteri tedeschi si avviava a diventare assoluto. Dai testi di cui disponiamo emerge la figura di un fosco mestatore, che univa la mortificazione fisica al plagio e alla gestione tirannica del potere.

Si ricorda la sua opera volta ad ottenere la canonizzazione di Elisabetta di Turingia, morta nel 1231, testimoniando dei numerosi pretesi miracoli compiuti per sua intercessione. Alle testimonianze riportate al processo ecclesiastico egli aggiunse una breve vita della futura santa, scritta di suo pugno. A questa sua attività che la Chiesa di Roma tiene tuttora in massima considerazione, se ne affiancò un'altra ben più triste, che può solo svelare la sua natura di carnefice: la repressione dell'Eresia. Perseguitò i Catari e i Valdesi con una crudeltà quasi impossibile a descriversi a parole. Non solo egli fece torturare e straziare un numero impressionante di uomini e donne accusati di eterodossia, ma fece diffondere materiale calunnioso per infangare la loro reputazione. Diede la massima risonanza alla falsa etimologia proposta da Alano di Lilla, che reputava il termine Catari derivato dal latino catus ossia gatto, attribuendo loro la consuetudine di praticare ritualmente l'anulingo ai gatti in segno di adorazione al Demonio. Fu tale l'infamia che i Catari rifiutarono questa denominazione, che pure deriva chiaramente dal greco KATHAROI = PURI.

Sevizie psicologice si accompagnavano a quelle fisiche. L'entità precisa della persecuzione ci sfuggirà probabilmente per sempre. Com'era costume nell'Europa Settentrionale, il potere temporale dava pieno appoggio all'operato della Chiesa Romana, e al gorgo di orrori non esisteva fondo. Corrado scovava adepti del Catarismo tra i canonici e senza esitare li faceva bruciare sul rogo. Così procedette contro Heinrich Minnike, Prevosto di Goslar che in segreto seguiva le dottrine dualiste, facendolo ardere vivo senza nessuna pietà nel 1224. Poco dopo questa esecuzione, il chierico di Marburgo fu in assoluto il primo a ricoprire l'incarico di Inquisitore Papale in Germania per concessione del pontefice Gregorio IX. Questo incarico ha un'estrema importanza per gli studiosi, perché fu accompagnata da un'inaudita concessione: l'esenzione totale da tutte le ordinarie procedure canoniche. Questo significa che Corrado poteva agire a sua completa discrezione senza dover rendere conto a nessuno delle motivazioni delle sue condanne. In pratica era sufficiente un suo sospetto o una sua ubbia per fare di qualsiasi persona un mucchio di carne bruciata. Si stima che almeno un quarto dei sentenziati durante il suo mandato fossero cattolici del tutto ortodossi. E' importante farlo notare, a dispetto di tutti coloro che ancora ai nostri giorni reputano i tribunali dell'Inquisizione equi e garantisti. Intere comunità furono sterminate, moltissime famiglie vennero estirpate. Questo perché l'eresia era ritenuta come peste, come la contaminazione del carbonchio che colpisce le greggi e richiede l'azione purificatrice delle fiamme. Un concetto che sarebbe stato ampiamente utilizzato verso la metà XX secolo in altro contesto.

Dalle rovine di gruppuscoli annientati nacque una nuova religione: il Luciferismo. Impossibilitati a conoscere la vera dottrina catara per la morte dei Buoni Uomini, molti innalzarono le loro preghiere a Satana per essere liberati dalla maledizione degli inquisitori.
Persino considerando i metodi in uso all'epoca, Corrado di Marburgo fu ritenuto eccessivamente severo. Suoi complici ed esecutori furono il fratello laico domenicano Conrad Dorso e il laico Giovanni, del tutto privi di qualsiasi istruzione teologica e animati da istinti belluini.

Mentre di solito i nobili sfuggivano alle imputazioni in virtù della loro influenza e delle loro disponibilità pecuniarie, sotto il giogo di Corrado non c'era salvezza per nessuno che avesse la sventura di attirare l'attenzione. Molti nobiluomini furono condannati al rogo come eretici ostinati. Ricordiamo la vicenda particolarmente fortunata del Conte di Sayn, che fu imputato e per protesta si rivolse all'Arcivescono di Magonza. Questi convocò un sinodo dei suoi suffraganei, e tutte le voci furono contro l'inquisitore di Marburgo, che non poté di conseguenza procedere oltre.

Non contento dell'esito della crociata contro gli Albigesi in Linguadoca, nel 1233 Corrado propose una sorta di Soluzione Finale: una seconda crociata con massacro indiscriminato di tutti i nobili di quelle terre tormentate.
A questa carriera di nefandezze e di mostruosità pose fine l'esasperazione di alcuni Catari, che uccisero l'inquisitore e il suo compagno francescano Gerhard Lutzelkolb il 30 giugno dello stesso anno.

Il Sinodo di Magonza non era favorevole alla venerazione della memoria di questo assassino, ma l'iniqua mano di papa Gregorio IX dispose che fosse sepolto accanto ad Elisabetta di Turingia e che pene severe fossero comminate ai suoi esecutori.

Ciò che è stato denominato Shoah, ossia Devastazione, non è liquidabile come un evento avulso dalla storia del pianeta: è innanzitutto un luogo mentale che esiste nel profondo di ogni inquisitore. La determinazione ad ESTINGUERE ha avuto il suo terreno di coltura più fertile nella Chiesa di Roma, ed è quello il chiaro fondamento delle dottrine di epurazione che hanno reso possibili le camere a gas e i forni crematori. Corrado di Marburgo non disponeva di simili mezzi, ma se li avesse avuti avrebbe lasciato un'Europa spopolata.

Un'importante fonte di dati è l'Enciclopedia Cattolica - che pure è notoriamente di parte - a incontestabile riprova dell'assoluta malvagità del personaggio.

postato da: antares666 alle ore 20:01 | link | commenti (1)
categorie: storia, inquisizione
martedì, 25 settembre 2007

Contraddizioni insanabili

COME OGNI MALE ASSOLUTO, L'INFALLIBILITA' DELLA CHIESA DI ROMA CONTIENE IN SE' I GERMI DELL'AUTODISTRUZIONE
 
Com'è risaputo, il dogma dell'infallibilità papale sostiene l'impossibilità di errore in ogni intervento ex cathedra del Pontefice. Il fondamento di questo dogma, imposto da Pio IX, si basa sull'assunzione che lo Spirito Santo ispiri ogni parola del successore di Pietro quando parla come dottore della Chiesa.
L'enunciato è il seguente:
"Richiamandoci dunque fedelmente alla tradizione, come l’abbiamo assunta dalle prime epoche del Cristianesimo, noi insegniamo, ad onore di Dio, nostro Salvatore, per gloria della Religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio, e dichiariamo quale dogma rivelato da Dio: ogni qualvolta il Romano Pontefice parla ex cathedra, vale a dire quando nell’esercizio del Suo Ufficio di pastore e Maestro di tutti i cristiani, con la sua somma Apostolica Autorità dichiara che una dottrina concernente la fede o la vita morale dev’essere considerata vincolante da tutta la Chiesa, allora egli, in forza dell’assistenza divina conferitagli dal beato Pietro, possiede appunto quella infallibilità, della quale il divino Redentore volle munire la sua Chiesa nelle decisioni riguardanti la dottrina della fede e dei costumi. Pertanto, tali decreti e insegnamenti del Romano Pontefice non consentono più modifica alcuna, e precisamente per sé medesimi, e non solo in conseguenza all'approvazione ecclesiastica. Tuttavia, chi dovesse arrogarsi, che Dio ne guardi, di contraddire a questa decisione di fede, sarà oggetto di scomunica."

Questa definizione di infallibilità affonda le sue radici in un'epoca ben più antica di quella in cui visse Mastai Ferretti: prima dell'imposizione del dogma in questione, era sempre stato creduto infallibile il Concilio Ecumenico.
Come i Catari ben sapevano, diversi passi del Nuovo Testamento (Mt 18,18; Gv 5,18; 1 Tim 3,15; 1 Tess 4,2-8; 1 Gv 2,27) assicurano che lo Spirito di Verità è sempre presente nei discepoli di Gesù, e assicura loro aiuto per evitare che incorrano nell'errore. Sulla natura dell'errore non sussistono dubbi: si tratta di una sbagliata interpretazione delle testimonianze scritturali.
Ora, non è ammissibile che tutti i gruppi possano essere egualmente detentori della Verità, così bisognerà supporre che molti si siano lasciati sedurre dalle astuzie del Maligno, che opera attraverso la menzogna. E' naturale che la Chiesa di Roma, che ha un immenso potere economico e politico, sostenga di essere la detentrice dello Spirito di Verità, secondo questa interpretazione, e che quindi si consideri infallibile in ogni sua posizione sulla fede e sulla morale.
Furono in molti a sostenere questo concetto: tra i più illustri si possono citare Melitone di Sardi, Ireneo di Lione, Cipriano di Cartagine, Tertulliano di Cartagine e Origene.
Questa concezione di Infallibilità della Chiesa è più generale del dogma istituito da Pio IX, ma di certo comprende come caso particolare quest'ultimo e agli occhi dei suoi sostenitori lo giustifica pienamente.

Mostrerò con argomenti solidissimi come in tutto ciò è insito un grave tarlo logico, oltre alla prova della natura corruttibile della Chiesa di Roma. Quello che si è verificato nella storia è un autentico abuso di questo concetto di infallibilità, cosa che porta alle conseguenze più assurde.

Un dogma spesso male interpretato fu proclamato sempre da Pio IX tramite un intervento ex cathedra: quello dell'Immacolata Concezione di Maria. Non deve essere confuso con la Verginità. Il dogma afferma che Maria fu concepita senza la colpa trasmessa tramite il peccato originale.
Tra i principali detrattori dell'Immacolata Concezione vi era l'ordine dei Domenicani. Essi sostenevano - e ho idea che di nascosto sostengano tuttora - che Maria fosse maculata, ovvero macchiata dal peccato originale come qualsiasi altro bambino. Stando a questa definizione, i Domenicani sarebbero da ritenersi eretici.
Appurato questo, che ne è di tutti quei frati domenicani la cui memoria è venerata dalla Chiesa Romana? Perché continuano a essere considerati santi anziché eretici? Ecco che dice Mastai di Bernardo Gui e di Nicolau Eymerich: "Chi dovesse arrogarsi, che Dio ne guardi, di contraddire a questa decisione di fede, sarà oggetto di scomunica."
Finché uno ha davanti agli occhi il Bernardo Gui del Nome della Rosa, la cosa potrà anche lasciarlo indifferente, ma cosa dire dell'inquisitore domenicano Pietro da Verona, che è stato fatto santo? Ancora una volta dovrebbero per ogni cattolico valere le parole di Mastai: "Chi dovesse arrogarsi, che Dio ne guardi, di contraddire a questa decisione di fede, sarà oggetto di scomunica."
Così si scomunicherebbe un vivo per una colpa che fu praticata da santi? Dove stanno la logica e la coerenza in una simile definizione di Verità? Sull'altare prima e all'inferno dopo? I cattolici dovrebbero allora ammettere un Dio corruttibile, le cui decisioni sono transeunti, un Dio che cambia idea sulla definizione della Verità. Non volendo ammettere ciò, sarebbe tenuto a pensare che corruttibile e transeunte sono aggettivi adatti alla Chiesa Romana.
 
Torniamo a un personaggio molto famoso: Origene. Fu definito addirittura il massimo genio speculativo del Cristianesimo antico, e la sua produzione letteraria è stata prodigiosa (si pensa che scrisse ben 2000 libri). Le sue dottrine raccolsero entusiasmo tra molti militanti della Chiesa Romana, da cui l'Eunuco di Alessandria non fu mai scomunicato in vita. Anzi, la definizione di eresia per le posizioni di Origene avvenne diversi secoli dopo la sua morte. Il catechista spirò nel 254, ma la sentenza definitiva contro di lui giunse soltanto nel 543.
Nel frattempo furono molti i cristiani ritenuti ortodossi che ne condivisero le idee su punti molto controversi, come la preesistenza delle anime, l'apocatastasi e l'allegoria biblica. Tra questi, inutile dirlo, vi furono anche diversi santi, tra i quali alcuni molto venerati. Martino di Tours, per esempio, era un fervente ammiratore di Origene e della sua dottrina. Mastai avrebbe reso la vita impossibile a un suo suddito che avesse professato la sua ammirazione per Origene. Con quale coraggio avrebbe potuto rivolgersi a lui chiamandolo santo? 
La lista è lunga, ma si possono citare alcuni nomi illustri. 
San Dionisio (o Dionigi) d'Alessandria, detto il Grande (c.190-264), che rifiutò il sabellianesimo, utilizzando argomentazioni origeniste.
San Panfilo (c.240-309) ed Eusebio (c.260-c.340) (il famoso storico cristiano), entrambi originari di Cesarea, che scrissero a quattro mani l'apologia di Origene.
Papa San Damaso I (c.304-384), che tradusse due omelie di Origene in latino. La Congregazione della Fede dovrebbe ritenere che sia esistito un Papa eretico e santo al contempo?
Sant'Ilario, vescovo di Poitiérs (c.315-367), protettore di San Martino di Tours, che studiò le opere di Origene durante l'esilio in Frigia.
Sant'Ambrogio (c.339-397), vescovo di Milano, che ammirava ed utilizzava largamente l'interpretazione allegorica della Bibbia, tipica di Origene.

La debolezza dei concetti su cui poggiano le pretese della Chiesa appare evidente quando si considera che secondo Vincenzo di Lérins sarebbe "norma di fede ciò che è stato creduto da tutti, dovunque e sempre". Essendo vissuto nel V secolo, di certo poteva avere soltanto un vago sentore dell'apparato repressivo che si sarebbe sviluppato in seguito. Coloro che oggi lo citano come autorità questa definizione, non  tengono conto dell'enorme potere di coercizione e di repressione esercitato dal papato. Per ironia della sorte, l'ecclesiastico gallico sarebbe oggi ritenuto eterodosso in diverse sue proposizioni. Forse dovremmo definire "norma di fede ciò che è stato imposto a tutti, dovunque e sempre, pena la persecuzione e il rogo"

postato da: antares666 alle ore 20:45 | link | commenti
categorie: teologia
sabato, 22 settembre 2007

The Passion

 

Un’interpretazione “gnostica” del film di

Mel Gibson “La Passione di Cristo”.

Quello che non è mai stato detto a proposito

di questo capolavoro del cinema mondiale.

 

“La Passione di Cristo”, un film di grande successo di qualche anno fa firmato dal noto regista americano Mel Gibson, è passato come sappiamo nel tessuto della nostra società “cristiana” lasciandosi dietro enormi polemiche che, pur ormai blande vista la distanza cronologica della prima uscita nei cinema, perdurano ancora a tutt’oggi coinvolgendo studiosi, critici, filosofi e teologi. In molti hanno accusato l’artista autore del filmato di aver calcato troppo la mano in alcuni lunghi tratti delle scene visive, per aver dato ampio spazio ad esempio alla fustigazione e alla crocifissione “sanguinose e violente”, quasi gli addebitassero una certa autocompiacenza per aver scelto questo tipo di inquadramento degli ultimi giorni terreni del “Messia”, un’accusa che io respingo nettamente in quanto ho visto ripetutamente il film e, seppure sia vero che Mel Gibson abbia fatto vedere troppa violenza e brutalità nella persecuzione e punizione del Cristo, mi sembra che queste scene “incriminate” svolgano nell’economia dello spettacolo una funzione irrinunciabile e indispensabile allo scopo preciso di rimarcare l’ignoranza e la ferocia degli uccisori e massacratori del fondatore del cristianesimo e di converso le sue caratteristiche umano-divine più intime, inaudite e ignote.

 

Ma tra tutte le scene dell’Opera cinematografica gibsoniana, quella che più colpisce si svolge all’inizio, mentre Gesù prega nell’orto di Getsemani da solo con a poca distanza alcuni dei suoi discepoli che naturalmente dormivano, non sapendo che da un momento all’altro il loro “Maestro” sarebbe stato arrestato nel più barbaro dei modi.

 

Si tratta di un dettaglio che a mio giudizio è stato in un certo senso “censurato” e fatto passare di proposito come secondario, una censura che svela senza ombra di dubbio il fatto che forse Mel Gibson ha colpito in profondità in un territorio “eretico” che giustamente alla Chiesa ha dato e dà sempre molto fastidio.

 

Mentre dunque Gesù prega sotto un cielo scuro ma rischiarato da una luna che dà all’ambiente circostante un lucore notevole, viene improvvisamente avvicinato dalla sagoma fantasmatica del Nemico per eccellenza il quale, dopo avergli detto che non avrebbe mai potuto sopportare da solo il peso dei peccati di tutta l’umanità, ad un certo punto, osservando il Cristo che nonostante tutto prosegue nelle sue preghiere rivolgendosi a suo “Padre”, gli chiede, quasi non sapesse o ne fosse all’oscuro, dell’esistenza di questo Essere al quale l’altro indirizzava le sue suppliche: “Chi è tuo Padre? Dov’è? Chi sei tu?”

 

Sono interrogazioni assai inquietanti che provocano tutt’oggi negli studiosi e negli addetti ai lavori molto turbamento, sia perché domande e personaggi del genere non compaiono nel Vangelo in simile contesto e sia perché qualcuno sembra abbia visto in questi quesiti un’interpretazione diciamo “eterodossa” e “gnostica” di Mel Gibson e come sappiamo da sempre lo gnosticismo è stato visto dalla Chiesa come il sistema culturale e filosofico più pericoloso per la Fede cristiana, un sistema al quale ha reagito nel passato addirittura con una violenza sanguinaria inaudita, pensiamo ad esempio a quello che dovettero subire i Catari nel medioevo ad opera di Innocenzo III, un vero e proprio sterminio in piena regola.

 

Ma anche oggi non si scherza!! Se qualcuno infatti si azzarda tuttora, anno 2007, a parteggiare per una visuale “personale” del cristianesimo, proverà prima o poi sulla pelle terribili conseguenze: diffamazioni, costruzioni di prove per eventuali arresti per vilipendio della religione pubblica, licenziamenti (specie per chi lavora in ambiti lavorativi “sensibili”) e chi ne ha più ne metta.

 

Ma ritorniamo alla scena a mio giudizio capitale del film di Mel Gibson e chiediamoci subito: come mai il Nemico ignora l’esistenza del “Padre” cui si rivolge il Figlio?

 

Scartiamo, per ovvi motivi di impostazione del presente articolo, l’ipotesi che si tratti di una domanda retorica e concentriamoci su un’interpretazione cosiddetta letterale, quella che prediligo nel comprendere i Vangeli. Non ne viene fuori in questa visuale la conseguenza che Gesù si stava rivolgendo ad un Essere Ignoto e Sconosciuto non solo al Nemico, ma persino a quelli che lo perseguitano?

 

Per rinforzare questa ipotesi, andiamo a vedere alcuni passi del Vangelo di Giovanni e mettiamoli in rapporto a quanto fin qui detto. Scopriremo notevoli somiglianze “letterali” semplicemente sconvolgenti.

 

Giov. 1, 5: “E la luce risplendette fra le tenebre e le tenebre non l’hanno accolta.”

 

Giov. 5, 37: “….Il Padre….Voi non avete mai sentito la sua voce né mai visto il suo volto…..”

 

Giov. 7, 28: “….esiste….uno che mi ha mandato che voi non conoscete.”

 

Giov. 8, 19: “…non conoscete né me né mio Padre.”

 

Giov. 14, 17: “….lo Spirito di verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce…”

 

Giov 17, 25: “Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto….”

 

The PassionQuale messaggio ha dunque voluto mandare Mel Gibson con questa sua Opera assai controversa? Non vi può essere dubbio, l’artista ha voluto porre l’accento su questa totale “estraneità” del Cristo rispetto ad un mondo che neppure conosce chi sia suo “Padre”, ha voluto lanciare il messaggio che noi siamo ben lungi dal comprenderne il significato più profondo ed in sostanza ha voluto dire che la nostra religione è “monca”, in quanto manchiamo della conoscenza di questo Dio Padre che ancora non sappiamo chi sia veramente….e se non sappiamo chi è questo “Padre” come possiamo credere in Colui che se n’è definito “Figlio”?

 

Ecco dunque spiegato l’accanimento sanguinario dei persecutori del Cristo: questi, con l’annuncio dell’esistenza di questo Dio Misterioso, è stato ritenuto pericoloso in quanto la sua rivelazione è stata vista come potenzialmente in grado di scardinare tutte le sicurezze e tutte le banali credenze fino a quel momento raggiunte dalla religione dominante, in quanto mandava all’aria il concetto inveterato che si erano fatti di Dio, un’analisi che vale anche per il mondo di oggi, dove predomina allo stesso modo una visione di Dio a mio modo di vedere del tutto sganciata dall’idea del “Padre” propalata con grande forza dal nazareno.

 

Il Dio in cui crediamo, in sostanza, non è quel Dio a cui Cristo si riferiva definendolo “Padre”.

 

A quale Dio dunque si riferiva davvero Gesù?

 

Qui entriamo in un terreno minato, il terreno dello gnosticismo, come detto ferocemente avversato dalla Chiesa fin dal suo primo apparire.

 

Non credo di allontanarmi di molto dalla verità se oso sostenere che Cristo fu il primo gnostico della storia umana, in quanto “conoscitore” del Padre e della sua vera essenza. E’ abbastanza evidente, secondo il mio modesto parere, che allorché il predicatore palestinese definiva in questo modo Dio non si stava riferendo di certo a Jahvè, le cui caratteristiche palesate nel Vecchio Testamento sono quanto meno inquietanti per non dire lugubri, specie se andiamo a rileggerci alcuni passi spaventosi di questo libro intimamente ebraico in cui egli si fa paladino addirittura di guerre e violenze incredibili per un essere divino, per non parlare dello sconvolgente capitolo dedicato alla figura forse leggendaria ma comunque simbolica di Giobbe, dove si adombra addirittura l’ipotesi che l’Altissimo intrattenga relazioni speciali e conturbanti perfino con Satana, allorché viene scritto che il Nemico, improvvisamente, compare senza essere invitato nella reggia di Dio per chiedergli di mettere alla prova il suo fedele servitore, appunto Giobbe, la quale circostanza, quantomeno, ci fa comprendere che forse questo Jahvè non era neppure in grado di impedire al suo Nemico di irrompere impunemente nel proprio dominio, senza poi dimenticare il dettaglio più deprimente del preteso Libro Sacro, dove viene inconcepibilmente descritta la famosa parabola del peccato originale stranamente cagionato dall’esistenza dell’albero del Bene e del Male piantato nell’Eden proprio da Dio per tentare l’innocenza di Adamo ed Eva.

 

Risulta evidente da questa analisi che un Dio di tal fatta non può assolutamente arrogarsi il titolo di “Padre” e che dunque, per conseguenza logica inattaccabile, quando Gesù lo definiva in questa maniera si stava riferendo chiaramente ad una Divinità totalmente sconosciuta alle masse palestinesi, l’Altro Dio della cui esistenza Egli si fece paladino intemerato e temerario fino al martirio, un Padre amorevole ed estremamente misericordioso che non a caso viene descritto con estrema precisione nella famosa parabola del “Figliol Prodigo”, una delle Parabole cristiche più commoventi dell’intero Vangelo e quella che più di tutti ci fa capire cosa davvero intendeva il Cristo quando alludeva all’esistenza di questo suo “Padre”.

 

Il fatto che sia stato ucciso e crocifisso rappresenta la dimostrazione più lampante della veridicità di queste argomentazioni; Gesù dunque proveniva da un reame spirituale assai difforme dal nostro. Egli rimarca questa sua diversità dal resto degli uomini allorché afferma a chiare lettere in Giov. 8, 23: “…Voi siete di quaggiù, io sono di lassù. Voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo.”

 

Dopo tutto questo discorso si comprende perchè la Chiesa ha fatto di tutto per soffocare la credenza in questo Dio Nascosto affinché non giungesse e giunga alle menti delle masse affamate di Verità (la sua rivelazione porterebbe come prima conseguenza alla negazione e scissione totale del Vecchio dall’Antico Testamento) e la sanguinosa crociata anticatara sopra ricordata ne è una dimostrazione più significativa e rabbrividente, perché anche questi supposti “eretici” erano convinti di ciò di cui era profondamente convinto lo stesso fondatore del cristianesimo.

 

Se si annunciasse l’esistenza di questo “Dio Padre” ciò comporterebbe immediatamente la fine del The Passioncristianesimo, ecco spiegata l’avversione, quantunque velata e diplomatica per non destare sospetti, delle autorità ecclesiastiche verso il film di Mel Gibson.

 

Saluti

Vipom

 

 

 

 

 

 

postato da: vipom alle ore 23:33 | link | commenti
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mercoledì, 19 settembre 2007

Il Dio dell'Amore è opposto al Dio della Legge

IL DUALISMO ANTICOSMICO DI MARCIONE

85 anni dopo la nascita di Cristo un grande uomo iniziava il suo cammino terreno nella città di Sinope, sulle rive del Mar Nero. Il suo nome era Marcione, ed era figlio di un vescovo cristiano che possedeva grandi ricchezze. Esercitando la professione di armatore, accrebbe ulteriormente le fortune paterne, tanto che lasciò una favolosa donazione alla Chiesa di Roma quando si trasferì nell'Urbe.

Essendo un pensatore profondo, Marcione era uno spirito inquieto, insoddisfatto dei dogmi e insofferente della corruzione già allora imperversante. Di fronte a una Chiesa che a un secolo appena dalla sua nascita mostrava i segni del tralignamento, sostenne con grande coraggio un'opera di profondo rinnovamento evangelico. Aveva come ispiratore
Paolo di Tarso, ritenuto l'unico a respingere ogni compromesso tra Cristianesimo e Giudaismo. Per contro la figura di Pietro era da lui considerata in modo molto negativo, in quanto operò il tradimento che aveva trasformato la Chiesa in una potenza affamata di beni materiali.

Così maturò convinzioni che lo portarono in collisione con l'ortodossia. Scomunicato dal suo stesso padre, non si rassegnò e fondò una comunità propria. La rottura fu completa nel 144: persino la donazione che aveva fatto alla comunità cristiana romana gli fu restituita fino all'ultimo sesterzio.

La Chiesa Marcionita conobbe un successo straordinario e si diffuse dovunque nell'Impero, e persino i suoi detrattori più astiosi rimanevano stupiti dal coraggio dei suoi martiri. Quello che si produsse fu il primo scisma della Cristianità, le cui conseguenze sarebbero state capitali nei secoli successivi. Non dobbiamo dimenticarci che la stessa posizione dell'intero Cristianesimo era a quei tempi estremamente labile: la nuova religione godeva di periodi di tolleranza de facto che si alternavano a violente persecuzioni. Un trionfo del Marcionismo appare quindi come una concreta possibilità storica, che forse non si verificò solo per una concatenazione di eventi casuali.

Marcione fu colpito dalla discrepanza abissale esistente tra l'Antico e il Nuovo Testamento, al punto che ne dichiarò in modo esplicito l'incompatibilità. Geova non poteva essere lo stesso Dio che Gesù chiamava Padre. Se Gesù annunciava il messaggio dell'Amore, Geova era un Dio tirannico e crudele. Se Gesù predicava la pace e raccomandava di coprire di benedizioni i propri nemici, Geova sanciva in modo fiscale il principio della vendetta imponendo agli umani la Legge del Taglione: occhio per occhio, dente per dente. Le possibilità erano a questo punto soltanto due. O proclamare l'unicità di Dio e constatare la vanità della propria fede in Cristo, oppure affermare l'esistenza di due divinità del tutto dissimili: il Dio Buono (o Dio Ignoto) e il Dio Malvagio (chiamato anche Demiurgo). Ciò a cui Marcione diede origine fu assai simile al nucleo del Catarismo, in quanto la materia era riconosciuta come opera di Geova e quindi interamente malvagia. L'antitesi radicale tra le due divinità si rifletteva nell'opposizione tra Vangelo e Legge. Un argomento presentato nel Libro dei Due Princìpi (XIII secolo) era già stato esposto da Marcione: il Dio Malvagio ha maledetto Cristo, perché ha detto che è maledetto chiunque pende da un albero. Si profila l'interessante possibilità che l'autore del testo cataro, un maestro della Chiesa di Desenzano, conoscesse almeno indirettamente Marcione.

Sul piano dell'autorità scritturale e dell'etica, Marcione era più intransigente degli stessi Buoni Uomini del Medioevo. Riteneva l'intero Antico Testamento vero ma abominevole e pernicioso, così ne rifiutava l'accoglienza nel canone. Del Nuovo Testamento conservava soltanto una versione epurata del Vangelo di Luca e circa 10 Epistole di Paolo. La Chiesa Marcionita rifiutava l'uso della carne e del vino per chi riceveva il battesimo, come pure la cessazione istantanea di ogni matrimonio o relazione. Chi intendeva rimanere sposato e avere una vita più libera poteva rimanere un semplice catecumeno: ricordiamo che a quell'epoca il pedobattesimo non era comune neppure nella Chiesa di Roma. La celebrazione della Cena del Signore avveniva con l'acqua anziché col vino, e per questo i Marcioniti furono detti Idroparastati. Non si trattava di un sacramento eucaristico come inteso dalla Chiesa di Roma, essendo negata la natura corporea di Cristo (cristologia docetista).

Nonostante le somiglianze sorprendenti con lo
Gnosticismo, Marcione non può essere ascritto a tale corrente religiosa, in quanto vi si discostava per un significativo particolare: egli riteneva che la Salvezza non giungesse dalla Conoscenza (Gnosis), ma dalla Grazia.

Un'altra differenza è l'estrema semplicità della struttura logica dell'edificio marcionita, in contrapposizione all'estrema complessità delle costruzioni gnostiche. I suoi successori si avvicinarono in ogni caso fecero causa comune con gli Gnostici e si avvicinarono alle loro posizioni dottrinali.

Mentre le scuole Gnostiche entravano in crisi sul finire del III secolo, il Marcionismo sopravvisse a lungo nonostante l'autorità imperiale facesse di tutto per distruggerlo. Va notato che l'Editto di Milano che concedeva libertà ai Cristiani non comprendeva i Marcioniti. Assieme ai Manichei furono perseguitati con grande ferocia dallo stesso Costantino e dai suoi successori. L'acme della persecuzione fu raggiunto sotto Teodosio, che riteneva la dottrina aberrante in quanto contraria al matrimonio e alla procreazione. Pure molte comunità sopravvissero, soprattutto in Oriente, dove in epoca medioevale dettero origine al Paulicianesimo.  

E' del tutto riduttiva e inconsistente l'analisi di molti studiosi, che si ostinano a vedere nel Marcionismo una pura e semplice reazione ai costumi giudaici. Non è raro imbattersi in persone che reputano addirittura Marcione all'origine dell'antisemitismo. Intendo difenderlo da un'accusa tanto ingenerosa. Essendo la sua dottrina docetista, non poteva affermare l'accusa di deicidio: se Cristo non ha avuto un corpo fisico e non ha sofferto con la carne, come avrebbe potuto accusare gli Ebrei di averlo ucciso? Il concetto di razzismo gli era del tutto estraneo, essendo la sua predicazione aperta a tutti, e così pure aborriva la violenza: difficilmente un uomo che non avrebbe ucciso un pollo può essere ritenuto il capro espiatorio di una situazione generata piuttosto dalla plurisecolare intolleranza che contraddistingue la Chiesa Romana. Simili manipolazioni sono sempre state frequenti: i morti sono un facile bersaglio dei calunniatori, perché hanno la mirabile proprietà di non poter rispondere.

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categorie: gnosticismo, cristianesimo antico, marcionismo
giovedì, 13 settembre 2007

Alle origini del Mondo Moderno

IL LIBERO SPIRITO

studi2006Nel panorama delle forme di eterodossia che si sono sviluppate nel XII secolo, un posto particolare occupa la filosofia del Libero Spirito. Essa non fu appariscente come il Catarismo, ma le sue conseguenze sull'Occidente furono profonde e durature. A determinare la sua sopravvivenza e il suo rigoglio fu la sua incoerenza organizzativa: il Libero Spirito non si è manifestato come un movimento definito, ma come una galassia di gruppuscoli numericamente poco consistenti.

La natura di questa religiosità era utopica e affondava le sue radici nel Neoplatonismo.
L'iniziatore del Libero Spirito fu Amalrico (Amaury) da Bène. A pochi anni dalla sua morte, nel 1209 (singolare coincidenza con l'inizio della luttuosa crociata contro gli Albigesi) i suoi insegnamenti erano già diffusi, e di questo abbiamo documentazione dagli atti dell'Inquisizione. Silenziosamente era iniziata una nuova era, e ad essa dovrebbero far riferimento i razionalisti, gli atei, i materialisti, i libertini come anche i crowleyani (thelemiti) e la maggior parte dei neopagani. Cosa accomuna una simile varietà di ideologie? La risposta è semplice: sono tutte forme di monismo estremo, in cui l'universo è considerato indistinguibile dalla sua causa (Dio, l'Uomo, la Materia o il Nulla).
 
La dottrina della Chiesa di Roma ammette un solo principio all'origine di tutte le cose visibili ed invisibili, ma ritiene che Dio sia nettamente distinto dalle sue creature. In altre parole, pur essendo Dio onnipresente, il suo essere non coincide affatto con le cose da lui create ex nihilo. La dottrina del Libero Spirito invece fa cadere questa distinzione. Dio non è soltanto l'onnipresente Creatore di ogni cosa, ma E' ogni cosa. Si identifica con le sue creature, con l'intero universo. In altre parole la filosofia amalriciana è una forma di panteismo (dal greco antico pan = tutto + Theos = Dio: tutto è Dio).

Già Scoto Eriugena scrisse che "ogni uomo può considerarsi una teofania, una manifestazione divina al pari dello stesso Cristo". Queste parole ritornano in Aleister Crowley, che sosteneva che "non vi è altro Dio oltre all'Uomo" e che "ogni uomo e ogni donna è una stella".

Per il Libero Spirito ogni essere umano è chiamato a credere di rappresentare una parte tangibile del Corpo di Cristo, e che qualsiasi atto compiuto senza peccare da chi ha raggiunto questa consapevolezza. Da qui scaturisce un marcato individualismo. 

La Chiesa di Roma indisse persecuzioni contro questa nuova religiosità, ma non ritenne mai di dedicarle l'attenzione che invece rivolgeva alla soppressione del Catarismo.

I seguaci del Libero Spirito seguivano alla lettera il passo di San Paolo che dice "Tutto è puro per i puri" (Tt 1, 15), e argomentavano che nulla di peccaminoso e di impuro potesse esistere nel corpo, neppure l'accoppiamento o le funzioni escretorie. Nella pratica si abbandonavano a rituali orgiastici. La metafisica serviva da maschera e da copertura per attività sessuali sfrenate e promiscue. Altra caratteristica era l'antinomismo, ovvero l'opposizione alle leggi degli uomini, che erano ritenute un ostacolo alla realizzazione del Regno dello Spirito. Le differenze tra il Catarismo e il Libero Spirito sono totali, stridenti: le due tradizioni si collocano alle opposte estremità di uno spettro religioso. Anche quando i comportamenti potevano sembrare simili, erano dettati da motivi assolutamente diversi, incompatibili. Il credente cataro poteva anche avere una sessualità incoercibile. Tuttavia non riteneva tale attività pura o addirittura santa, ma dovuta all'influsso di Satana che governava chi non aveva ricevuto il Consolamentum. Il Catarismo era spesso antinomico come il Libero Spirito, ma il motivo di ciò era dovuto a una totale sfiducia nei confronti di un ordine costituito emanante dal Creatore Malvagio. Se per l'amalriciano nulla è impuro nel mondo, tutto ciò che è mondo è impuro per il cataro. Se per l'amalriciano il corpo è il tempio dello Spirito, per il cataro è invece il suo carcere. Il movimento faceva presa dovunque fosse sentita la necessità di una spiritualità puramente mistica, non soggetta a dogmi e a regole.

Si infiltrò anche in molti ambiti monastici, soprattutto tra i Beghini e tra i Francescani, al punto che la Chiesa Romana decise di non concedere la fondazione di nuovi ordini monastici mendicanti. In particolare i Beghini e i Begardi furono sempre al confine con l'eterodossia, e guardati con estremo sospetto a causa del loro rifiuto delle regole. Mentre il Catarismo si riduceva a un'esistenza catacombale nel più stretto segreto, il Libero Spirito continuava a prosperare e a dare nuovi esiti macroscopici. Nel XVI secolo iniziarono a proliferare le sette dei Libertini: un cambiamento inarrestabile era ormai avviato nell'intero Occidente.

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categorie: catarismo, libero spirito, altre eterodossie
martedì, 11 settembre 2007

riti e rituali

Ascalona 1153: Il Sacrificio del Tempio

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templari_02[Le riflessioni di Krak] -"Anzitutto la disciplina è costante, l' obbedienza è sempre rispettata; si va e si viene al segnale di chi ha autorità, ci si veste di quanto questi ci ha dato;......... si onora il più valoroso non il più nobile..."- Bernardo di Chiaravalle

Baldovino III nato nel 1130 e morto il 10 febbraio fu Re di Gerusalemme dal 1143 al 1162. Fu il primogenito di Melisenda e Folco di Gerusalemme e quindi nipote di Baldovino II. Il padre morì prematuramente quando lui aveva soli 13 anni. La reggenza passò alla madre figlia di Baldovino II. Tale incertezza di governo determinò anni di forti tensioni.

Nel 1144 cadde Edessa suscitando sconcerto in Europa. Prontamente nel 1148 giunsero nei Luoghi Santi  Luigi VII e Corrado III a capo di una nuova spedizione (La seconda crociata) ma essa si risolse in un disastro e nel 1149 i Regnanti fecero ritorno nel Vecchio Continente senza gloria e con i rispettivi eserciti decimati. Dopo questa sciagurata spedizione seguirono anni di dispute diplomatiche tra madre e figlio. I due si riconcilieranno solo nel 1154.

Baldovino alla fine capì qual'era la tattica migliore  per barcamenarsi in quel difficile periodo in Terrasanta: doveva conquistare Ascalona, il punto di difesa più a nord del Regno egiziano. Essa rappresentava una minaccia costante per Gerusalemme a causa della sua posizione sul mare e sul confine dello stato Franco. L'accerchiamento di questo importante porto era già cominciato da tempo: Folco aveva concesso Beithgibelin, che era ad est, agli Ospitalieri; Gaza, che si trovava 16 km più a sud e secondo la leggenda era il luogo dove Sansone fu imprigionato dai Filistei fu affidata ai Templari tra la fine del 1149 e l' inizio del 1150. Completavano il quadro Ibelin a nord e Blanchegarde a nord-est. 

Nella primavera del 1150 i Templari di Gaza fermarono un tentativo di attacco da parte degli Egiziani. L'esercito cristiano, dopo aver bloccato i rifornimenti via terra, si presentò davanti ad Ascalona il 25 gennaio 1153. La città era imponente e ben difesa. Molti arcieri presidiavano le torri, il porto era sorvegliato dagli spalti: uomini  ben addestrati erano pronti in qualsiasi momento a lanciare fuoco greco sulle  navi cristiane che vi si sarebbero affacciate. Baldovino aveva chiamato a raccolta la migliore cavalleria dell' Outremer tra i quali Bernardo di Tremelay (originario dei dintorni di Digione, conosceva Bernardo di Chiaravalle) con i suoi Templari e Raimondo di Le Puy con gli Ospitalieri. In tutto l'esercito Franco contava circa 20.000 uomini compresi gli ausiliari. Per questa grande battaglia il Re mosse "la Vera Croce". Il Patriarca Fulcherio ormai in tarda età si mise alla testa della processione che partì da Gerusalemme. Egli cosparse il cammino del "Sacro Legno" con incenso illudendosi di scacciare i demoni e di propiziare l'esito del combattimento. Intanto a Rinaldo di Sidone era stato dato il compito di presidiare il porto lontano dalla portata dei mangani  al fine d' impedire che  eventuali rifornimenti giungessero in città. L' accampamento cristiano fu innalzato distante dalle mura per paura di improvvise sortite da parte dei difensori. I genieri dopo aver studiato il territorio erano già al lavoro. Alcuni studiavano i punti migliori dove posizionare i trabocchi e le catapulte mentre altri cominciavano a scavare un tunnel che avrebbe minato in seguito le mura.  Alla fine i capi diedero l' ordine di attacco: nugoli di frecce caddero negli spalti intervallati da lanci di massi e fuoco greco. Furono messe in moto anche due grosse torri mobili.  Ma i difensori ben asserragliati respinsero uno dopo l'altro ogni tentativo dei crociati.  Anzi in più di un' occasione il campo cristiano fu in pericolo -".....i proiettili solcavano il cielo con la loro coda incadescente e paiono comete......"....grande impressione incutono tali ordigni nelle anime dei combattenti che nulla possono continua la devastazione del fuoco greco... "-.

A Pasqua di quell' anno giunsero molti pellegrini e saputo del lungo assedio si misero al servizio del Re. Trascorsero altri mesi tra vani tentativi. A giugno una imbarcazione riuscì a forzare il blocco navale riuscendo a portare rifornimenti agli assediati. Baldovino convocò un consiglio in cui fu deciso di costruire una grossa torre per provare un attacco definitivo. Alla fine di luglio era quasi ultimata.  I primi di agosto fu avvicinata minacciosamente alle mura. Durante la notte gli ascaloniti tentarono una sortita. In silenzio si avvicinarono alla grande macchina di assedio, uccisero le guardie e appiccarono un incendio. Era il 15 di agosto. Quella notte il vento era forte e alimentava il fuoco che rombava sinistro.  All'improvviso successe l'imprevedibile: la struttura di legno  cedette e si adagiò sulle mura. Il calore fece ben presto sbriciolare la cinta.

Sugli avvenimenti successivi differenti sono le versioni abbracciate dai vari studiosi, qui riporto quella che a me sembra più veritiera: Bernardo di Tremelay con 40 Templari (sempre in prima linea i primi, all'attacco gli ultimi nella ritirata) entrarono dentro la breccia e pochi furono quelli che riuscirono a mantenere la posizione  per lasciare libera la breccia affinchè affluissero altri cavalieri; in breve tempo il Gran Maestro e i suoi furono travolti e massacrati dall'intera guarnigione cittadina.

Molto si è discusso sul comportamento dei monaci-guerrieri in questa occasione, di seguito scrivo  per dovere altre storie che differiscono dalla mia. 
Da "Il Pendolo di Foucault" di Umberto Eco: " ..........Ascalona era difesa da 150 torri...........la breccia!... a questo punto gli assedianti si buttarono come un solo uomo, e accadde il fatto strano. Il Gran Maestro dei Templari fa fare sbarramento, .............I maligni dicono che fa così affinchè il saccheggio arricchisca solo il Tempio i benigni suggeriscono che temendo un agguato volesse mandare in avanscoperta i suoi ardimentosi..........".
Guglielmo di Tiro esprime un giudizio molto negativo sull'episodio: "Il crollo delle mura provocò molto rumore, tanto che l'armata tutta fu posta all'erta e tutti corsero alle armi........Ma il Maestro del Tempio con i suoi , superò di molto gli altri e si pose davanti alla brecciaperchè nessuno potesse entrare tranne i loro confratelli.....".

La versione del Vescovo  molto riottoso verso il Tempio appare fin troppo tendenziosa..... Inoltre è impensabile che Bernardo abbia potuto solo pensare che con solo 40 uomini potesse espugnare una città che ha resistito ad un assedio di quasi 8 mesi. L'eroismo dei monaci fu tutt'altro che premiato: criticati dai latini, straziati dagli arabi. Il giorno dopo la carneficina i loro corpi penzolavano dalle mura e le loro teste  lanciate nel campo cristiano, trattate come macabro trofeo di guerra. A quella vista la furia dei crociati crebbe smisuratamente. Il Re tenne un nuovo consiglio con i baroni e fu deciso di intensificare l' assedio. Ancora una volta gli ascaloniti provarono una sortita ma furono respinti e persero molti soldati. Chiesero una tregua per recuperare i corpi dei caduti e Baldovino da Re magnanimo gliela concesse. Nei giorni successivi il martellamento delle macchine da guerra  aumentò finchè un masso non colpì una postazione difensiva fondamentale uccidendo decine di soldati. Gli abitanti caddero preda del panico.... La città era perduta. Il 19 agosto una delegazione si recò al campo cristiano per porgere le chiavi della fortezza a patto che ogni cittadino e ogni soldato avesse  salva la vita. Baldovino accettò e fece rispettare il concordato,  tutti furono scortati fino all' ultimo presidio Egiziano. Un atto di pietà che onora il Regnante di Gerusalemme. Egli entrò trionfalmente in città il 23 agosto. In seguito la reggenza di Ascalona fu affidata ad Amalrico I  già Conte di Giaffa.

-"Siete monaci nelle vostre virtù cavalieri nelle vostre azioni, le une le realizzate con la forza dello spirito le altre le esercitate con la vigoria del corpo"-. Pietro il Venerabile

Saluti
Krak

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categorie: storia, templari

Reliquie, Santi e malattie: Idolatria o evoluzione spirituale?

La morte santa[Riti e Rituali] Ieri sera, con l'amico Antares, stavo curiosando tra le varie pagine del web, e abbiamo scoperto che ogni malattia ha un suo santo in paradiso, e che vi sono, probabilmente create ad arte in passato da frati e preti simoniaci, delle reliquie false in circolazione spacciate per vere. Nel caso in particolare ci si riferiva ad una tunica (Firenze) che si attribuiva al Santo Francesco di Assisi, ma che di fatto, dopo le analisi, è risultata non compatibile.

A quanto pare, da ciò che ho letto, "Ogni malattia ha il suo santo in paradiso. A loro, nel tempo, si sono rivolte migliaia di anziane per chiedere guarigioni impossibili. Ancor prima che alle porte degli ospedali, donne e uomini di tutta Italia hanno bussato a quelle della Chiesa. Perché credenze popolari, ma anche atti e documenti antichi, attribuiscono capacità miracolose alle sacre icone. ”C’è tutto un mondo sommerso - conferma Mario Falconi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma - fatto di ‘fioretti’ e appelli ai Santi, di astinenze e digiuni”. (Fonte Interfree:
Ogni malattia ha il suo santo 'in paradiso').

La reliquia, una tunica di San Francesco, esaminata dal LABEC, è risultata non compatibile (una patacca insomma), infatti: "su richiesta dei Frati Francescani Minori Conventuali, tre reliquie che si riteneva appartenenti al Santo: una tunica e un cuscino conservati nella chiesa di San Francesco a Cortona e un’altra tunica custodita nella chiesa di Santa Croce a Firenze. “La tonaca e il cuscino di Cortona sono risultati compatibili con il periodo in cui è vissuto San Francesco - spiega Pier Andrea Mandò, direttore del Labec - mentre quella di Firenze no, la pecora con cui è stata fatta la lana è vissuta circa 80 anni dopo il Santo. Curiosamente, però, il cordone allegato alla tunica è invece compatibile”. (Fonte Ansa: La fisica smaschera una falsa reliquia di san Francesco)

Antares (Volto oscuro della storia): "Prendo spunto dalle mistificazioni di Saunière per proporre qualche riflessione sul concetto di idolatria. Quel prete simoniaco coinvolto in mille e più porcherie è solo un esempio paradigmatico della sottomissione che abbruttisce l'umanità asservendola all'oggetto.

Prima che si formasse la credenza in divinità soprannaturali, l'uomo esprimeva il suo sentimento religioso mediante il culto di oggetti, spesso zoomorfi o antropomorfi. A questi feticci erano attribuite proprietà magiche e curative. Quando cominciarono ad evolversi religioni più complesse, divenne chiaro che le entità dell'universo divino non potevano essere composte di materia. Le religioni monoteiste in particolare hanno sempre messo in guardia il fedele dal culto del simulacro, perché ciò che deve essere adorato è Dio. Seguendo questo processo evolutivo da manuale schematico, ci aspetteremmo di abitare in un mondo in cui ogni forma di religione è pura e in cui l'idolatria appartiene a un remoto passato.

Le cose però stanno ben diversamente. L'idolo accompagna tuttora l'umanità nella sua storia, è una presenza concreta, gretta, costante. Ogni concetto del divino appare soltanto un'astrazione incapace di raggiungere l'essere umano, una forma imposta dal conformismo farisaico.

In Egitto regnò un uomo di nome Akhenaton, che pensò di identificare Dio con il disco del sole e con i suoi raggi. Tentò una riforma religiosa, ma la sua visione dell'universo era del tutto estranea alle masse. Il monoteismo atoniano, che così grande influenza ebbe su Mosè, non seppe imporsi su forme di culto più grossolane. Il mercimonio di oggetti sacri fioriva ovunque nella terra di Kemet. Questi feticci erano corredi sepolcrali che venivano rubati dalle tombe dei Faraoni e dei loro dignitari, con la complicità delle guardie. Il popolo attribuiva proprietà prodigiose a queste reliquie.

La cristianizzazione dell'Impero Romano iniziò con Costantino, che pure ricevette il battesimo solo in punto di morte, e per giunta da un vescovo ariano - ossia eretico. Questo processo di trasformazione continuò con la forza sotto Teodosio, e arrivò a distruggere gli antichi Dei. Ma questi Dei, che già i Filosofi avevano allontanato come ubbie e superstizioni, non avevano davvero lasciato il cuore della gente. Così, rimossi i loro antichi nomi, molti loro attributi trasmigrarono nei Martiri, nei Santi. Si svilupparono dovunque miriadi di culti che non si distinguevano che per la forma dalla precedente devozione pagana. La reliquia era il mezzo di guarigioni e prodigi, era adorata in quanto si pensava non solo che Dio la abitasse, ma che essa fosse parte di Dio. Erano i segni dei tempi. La richiesta di martiri era tale che se ne crearono di inesistenti. Martino di Tours parla di un martire che era molto venerato nelle Gallie. Alle sue spoglie erano attribuite virtù taumaturgiche, ma non esisteva una chiara tradizione sulla sua passione. Così Martino si recò al suo santuario, e rimase una notte in meditazione. Stando alle sue parole, gli apparve lo spettro del morto, che gli rivelò di essere stato un famigerato brigante, condannato a supplizi atroci per i suoi crimini sanguinosi e venerato per un errore del volgo. Una simile voce di dissenso era comunque un'eccezione per l'epoca. In moltissimi casi la Chiesa di Roma non andò tanto per il sottile.

Il Medioevo segnò l'apogeo della corruzione del clero romano, e come è logico aspettarsi, ogni aspetto delle vita del singolo - contadino o feudatario che fosse - era regolato dall'idolatria imposta dai preti e dai porporati. Nessuno avrebbe potuto in un simile clima contestare questi culti feticisti. Eppure ci fu chi lo fece, anche a costo della propria vita. I Catari subito si scagliarono contro ogni forma di idolatria. La venerazione delle reliquie fu da loro esecrata e ritenuta abominevole. Questo perché, anche ammettendo che un santo prediletto da Dio avesse abitato quelle spoglie, esse non potevano che provenire dal Creatore Malvagio, come tutta la materia. Da nessun elemento materiale può venire la salvezza dell'anima: né dal pane destinato a mutarsi in sterco, né dall'acqua battesimale che vale quanto quella di una fonte o di una cloaca, né tanto meno dai rimasugli rinsecchiti di corpi che sono soltanto scorie, destinate a ricongiungersi al diabolico nulla da cui il Dio del Male le ha tratte. In completa antitesi con la tradizione cattolica di sudditanza al Cosmo, il Catarismo afferma la nullità ontologica di ogni icona". Saluti Antares 

Entrambe le vicende e le considerazioni dell'amico Antares, mi riportano in mente quanto scritto da KARLHEINZ DESCHNER nel suo libro Storia criminale del cristianesimo, e precisamente il passo: "Con il denaro, il vescovo Cirillo riuscì ad ottenere l'istituzione del dogma mariano, il culto della madonna era, infatti, fonte di grandi entrate, solo interessi economici si celano dietro i culti alle persone e ai luoghi di pellegrinaggio, al culto delle reliquie e dei miracoli. La chiesa si è arricchita con la credulità e lo sfruttamento delle masse, oggi è un immenso potere finanziario". In aggiunta ai Santi mi par di ricordare che le malattie siano anche da imputare a certi spiriti maligni, come apprendo dal sito aiuto on line.

Fede? Credulità? Idolatria? C'è stata davvero un'evoluzione spirituale? C'è stato davvero un progresso?

Saluti
Mstatus 

postato da: mstatus alle ore 19:32 | link | commenti
categorie: cultura, idolatria

Attenzione: La Madonna Maculata non esiste più, dopo il dogma di PIO IX...

domenicanoPoichè parrebbe che alcuni domenicani (sotto forma talvolta anonima), che risultano non aggiornati, siano passati dalle pagine di questo blog, ricordo che la "Madonna Maculata" non esiste più, ed è un eretico (per la CHiesa di Roma), chi pensa il contrario. Con il dogma del Papa PIO IX (quello di Porta Pia), nella sua Bolla "